Login Contatti | RIVISTA SEMESTRALE - ISSN 2421-0730 - ANNO III - NUMERO 2 - DICEMBRE 2017

Editoriale di Massimo La Torre

In Editoriale
3 febbraio 2018

«Wij leven in een bezeten wereld. En wij weten het» (Viviamo in un tempo ossessionato. E lo sappiamo). Questo è l’incipit di un libro di Johann Huizinga, il grande storico olandese. Si tratta di In de schaduwen van morgen, letteralmente “nelle ombre di domani”, ma tradotto in italiano (da Barbara Allason) e pubblicato da Einaudi col titolo La crisi della civiltà. Siamo nel 1935, e l’ossessione di cui parla Huizinga è l’irrazionalismo nazionalista che poi farà sprofondare l’Europa nella seconda guerra mondiale. Huzinga coglie i segnali del suo tempo con grande sensibilità ed intelligenza, ed in quel libro, lucidamente argomentato, l’avversario è soprattutto Carl Schmitt, che lo storico olandese identifica subito e senza esitazioni come il nemico della civiltà europea democratica e liberale. «I know of no sadder or deeper fall from human reason than Schmitt’s barbarous and pathetic delusion about friend-foe» – dirà poi (nel 1938) nella sua maggiore opera teorica, Homo Ludens (Rotledge & Kegan Paul, London 1949, p. 209).

Anche noi oggi potremmo dire che il nostro tempo è ossessionato, e che lo sa. L’ossessione non è qui tanto la comunità etnica, anche se da più parti oggi riemerge un certo preoccupante rigurgito di nazionalismo ed “identitarismo”, prodotto anche di perdita di memoria. La nostra ossessione è piuttosto il consumo, e di ciò ne siamo coscienti, perché lo rincorriamo. Di esso ci nutriamo. Viviamo per consumare. La repubblica fondata sul lavoro, si è da tempo mutata in una forma politica fondata sul consumo. Questo, il consumo, non guarda al passato, e nemmeno al futuro, si contenta d’un pezzo assai piccolo di presente, il momento dell’acquisto, e di un fazzoletto di spazio, quello del grande magazzino e o centro commerciale nel quale ci si offre la merce da consumare.

Il consumo, la società consumistica, nella quale ci è dato di vivere, rinvia ad un’ossessione speculare, quella del mercato. Il consumo si dà in un mercato, e questo deve essere il più vario possibile, potremmo anche dire il più concorrenziale possibile. L’idea è che il soggetto è meglio consumatore, là dove ci sia una lotta di produttori d’oggetti di consumo. Questa lotta però dev’essere libera, senz’altri vincoli che quello di permettere a tutti (in via di principio) l’accesso alla lotta, e quell’altro di non sfociare in “posizioni dominanti”. Il diritto del consumatore presuppone il diritto della concorrenza, l’uno rimanda all’altro. E nella dialettica tra i due si assottiglia, o scompare, il diritto del lavoro, che se una volta, in un tempo felice, fu inteso come diritto del lavoratore, è ora quasi nient’altro che diritto dell’imprenditore di utilizzare a suo piacimento la forza lavoro. Il lavoratore così a sua volta scompare dalla geografia delle funzioni sociali rilevanti e viene riconcettualizzato come “imprenditore”.

La forza lavoro è sua volta ora fatta riconfluisce nella nozione di “capitale”. Ci sono solo capitali che cercano un profitto sul mercato. La vecchia teoria del capitale che si serve del lavoro si estingue nella tesi di una concorrenza e contrattazione tra diversi soggetti detentori di capitali diversi. Ci sarà chi ha un capitale finanziario e chi come capitale dispone solo della sua forza lavoro, da cui vuole ricavare un profitto. Il salario diviene anch’esso un profitto. Ogni distinzione di classe è dunque condannata come empiricamente ingenua. Ma cosa vende il lavoratore, l’imprenditore di se stesso? Egli vende per l’appunto se stesso, la propria vita.

L’economia classica nel passaggio neoliberale si fa bio-economia, e questa ha bisogno d’una bio-politica per garantirsi. Tale bio-politica è la governance che muove i soggetti mediante bisogni vitali, senza coercizione diretta, e così tra l’altro soddisfacendo la bassa soglia normativa richiesta dalla libertà in senso hayekiano, per cui una tassa è coazione, mentre la disoccupazione (o il licenziamento) non lo è.  Idea questa, quella del dirigere gli esseri umani per le necessità vitali, al limite per la fame, che invero è all’origine del capitalismo come forma di governo delle relazioni tra esseri umani. La ritroviamo in Mandeville, poi nella poor law dell’Inghilterra manchesteriana del primo Ottocento. Karl Polanyi ne è stato l’acuto osservatore. E si potrebbe aggiungere che l’ordoliberalismo, Rüstow in particolare, con lo slogan della “economia sociale di mercato” (ripresa dai Trattati europei) offre dignità di tesi macroeconomica e di principio normativo a quel criterio mandevilliano.

Si ricorderà che Michel Foucault nelle sue lezioni al Collège de France sulla bio-politica dell’anno 1979 coglie la differenza tra liberalismo e neoliberalismo, tra l’altro nella diversa concezione che le due versioni di liberismo offrono della nozione di homo oeconomicus. Per il liberalismo tradizionale l’homo oeconomicus è una sorta di fortino di diritto naturale dell’umanità, è ciò a cui non si può toccare, il titolare di diritti lockiani di proprietà preesistenti a qualunque ordine politico e che questi soli possono legittimare nella sua funzione di comando e di coazione. Dunque, il mercato va lasciato libero di svolgersi come meglio crede, nella sua dinamica giusnaturalistica centrata sull’autonomia coniugata in termini di dominio proprietario. Ma l’homo oeconomicus del neoliberalismo è un’altra cosa, è il soggetto che fa di sé il capitale necessario per la vita. E’ la nuda vita del consumatore e dell’imprenditore di se stesso. Ora, questo ridotto all’esercizio essenziale di funzioni vitali non è più nessun fortino giusnaturalistico. Non è titolare di diritti inviolabili di proprietà fuori di se stesso, ma è il povero proprietario di quel capitale basico che è il suo corpo e la sua forza da cui si ripromette un profitto (un salario innanzitutto). Risulta dunque tutt’altro che inviolabile, ché è guidato da bisogni essenziali di vita sui cui si può intervenire per dirigerlo. Lo si muoverà per necessità ed appetiti. Egli non ha più un cuore normativo duro, e puro, come accade al proprietario teorizzato da John Locke. E’ simile piuttosto al “pauper”, al povero, dell’Inghilterra di Dickens, quella di Oliver Twist, dinanzi al quale si agita lo spauracchio della work-house. Oppure, e meglio, gli si può far brillare gli occhi di desiderio con la promessa di consumo più o meno illimitato. E’ il suo corpo comunque, e il suo progetto esistenziale, che deve iscriversi completamente nella logica di mercato, dove tutto è spendibile. E fare ciò è compito dello Stato. Si pensi, per esempio, alla minuta strategia di controllo e di degradazione della vita dei soggetti cui si concede un sussidio di disoccupazione, ora ben descritta nell’ultimo film di Ken Loach, Io, Daniel Blake. Se il liberalismo classico non può e non vuole intervenire bio-politicamente; la bio-politica è il destino, per così dire, del neoliberalismo

Ora, lo spazio istituzionale che più si è impegnato in siffatto sforzo bio-politico è quello fornito dall’Unione Europea. La sua cittadinanza è, come è ben noto, eminentemente di carattere economico. Il cittadino europeo è aut imprenditore aut consumatore; c’è assai poco di “lavoratore” residuo in questa figura, così come essa si forma nei trattati ed ancora di più così come essa si proietta nella giurisprudenza della Corte del Lussemburgo. La quale è vero non è ingenerosa per taluni aspetti che riguardano il contorno familiare del soggetto economico che approfitta della libertà di circolazione. Ma anche questo, a ben guardare, è un esercizio di bio-politica, teso ad alimentare quel capitale individuale di vita che rende il soggetto consumatore ed imprenditore di se stesso.

In The Great Transformation Karl Polanyi ricorda come il capitalismo si basi su tre dogmi: la terra e soprattutto la forza lavoro resa merce disponibile senza vincoli sul mercato, il libero commercio e il patrono oro della moneta. Ora l’Unione Europea sembra aver fatto suoi e costituzionalizzato questi tre dogmi. Il diritto del lavoro non ha cittadinanza né resistenza propria nel sistema delle cosiddette quattro libertà fondamentali, libertà di circolazione di beni, di persone economicamente impegnate, di capitali e di servizi. E così è poi certificato dalle note sentenze Laval e Viking.  Il libero commercio vale addirittura, nel caso dei capitali, anche al di là degli Stati membri. E la politica monetaria dell’Euro, ancorata alla stabilità dei prezzi, ma non anche al pieno impiego, si configura in maniera analoga a quella politica dello standard aureo vigente fino agli anni Trenta dello scorso secolo. D’altra parte la differenza tra politica monetaria e politica economica è assai discutibile, e comunque sottile, ma d’altra parte è oggi travolta dagli interventi della Banca Centrale Europea, così come bene ci spiega Christian Joerges nel contributo pubblicato in questo numero della rivista.

Questo quadro, che sembra per certi versi riportarci indietro di cent’anni, travolgendo le barriere protettive innalzate dallo Sato sociale, contro gli eccessi del libero mercato e del capitalismo finanziario (quello che portò alla crisi e rovina del 1929), non si intende senza riferirsi all’ossessione di cui parlavo sopra. Mercato, e sempre più mercato, in tutti gli àmbiti della società, fino a penetrarne interstizi finora inaccessibili. L’università è uno di questi, e docenti e studenti ne soffriamo gli effetti quotidianamente in termini di decadenza dell’orientamento al bene comune e ad un’educazione che non sia mera preparazione alla lotta per l’esistenza ed al “lavoro”. Il bene comune educativo e formativo ormai si fa risalire alla competizione, alla concorrenza, all’ingegnarsi ed arrangiarsi per affermare il proprio utile e guadagnarsi la giornata. L’autonomia dell’università pare nient’altro che un principio bio-politico, che vuole fare di un’istituzione tradizionalmente diretta al bene comune una impresa sul mercato di quel grosso e grasso business in cui si è oggi trasformata l’alta formazione. Non interessa più la cittadinanza, la capacità d’essere protagonisti e partecipi, attori critici e riflessivi rispetto al proprio contesto sociale. Anzi una tale riflessività potrebbe essere perniciosa per un consumatore che dovesse interrogarsi sul senso del consumo, e dunque anche se solo intermittentemente, allorché riflette, interrompere il ciclo che si vuole permanente del consumo.

In tale congiuntura anche la democrazia è sempre più intesa, alla maniera di Schumpeter, non come autogoverno, o deliberazione collettiva, bensì come mercato delle élites politiche, concorrenza tra queste ed il voto, diritto politico per eccellenza, diventa allora una scelta consumistica, l’acquisto di una merce in un mercato, diritto economico. Anche qui l’Unione Europea non è servita per ostacolare o allentare il processo in atto di depoliticizzazione della gestione della cosa pubblica; invero lo ha diretto ed accelerato (come eloquentemente ed acutamente ci dicono gli autorevoli contributi del Forum di questo numero della rivista, tra i quali mi piace ricordare almeno quelli di Wolfgang Streeck e Domenico Majone).

Simbolo del degrado liberista è la condizione di abbandono e decadenza in cui si trova il trasporto su ferrovia nei paesi occidentali. Il caso emblematico è il Regno Unito dove la rete ferroviaria nazionale è stata privatizzata, rendendola una sorta di spezzatino di piccole compagnie le quali talvolta operano solo su una tratta. Ma anche in Germania si è privatizzato con gioia; per non parlare degli Stati Uniti dove le infrastrutture pubbliche soffrono d’un cronico impoverimento. Lo Stato italiano non è certo più attento e generoso rispetto ai suoi treni, soprattutto rispetto a quelli che servono i lavoratori pendolari, o le regioni del Meridione, sgangherate e sudicie ridotte perennemente in ritardo. Il neoliberalismo odia il treno, e la ragione è che questo è un mezzo di trasporto che mette insieme le persone, ne fa compagni di viaggio, le riunisce, come assembla il paese dove si snodano i suoi binari, costituendone una sorta di fisica e morale vertebrazione. Ma è proprio questa, la vertebrazione, che non si vuole, l’esperienza di una direzione comune. Le stazioni, un tempo presidi pubblici, sono ora speso chiuse, o luoghi desolati, senza più nessuno che le abiti. Non vi sono più capi-stazioni, non più biglietterie, solo macchine che ingoiano monete e biglietti di banca. L’esempio più drammatico di questo odio del treno è quello del Messico, in cui si decide di fare a meno del trasporto ferroviario di persone. Nel 1999 si chiude la bella stazione centrale di Città del Messico, Buenavista. La “road to serfdom” di Hayek aveva tutte le caratteristiche della strada ferrata, ed è per ciò che bisognava smantellarla.

Molto più congeniale al neoliberale risulta il trasporto su gomma, l’autovettura, in cui ciascuno è paradigmaticamente proprietario, consumatore, e imprenditore, individuo isolato nell’abitato della vettura contra altri individui altrettanto isolati nelle loro auto, con i quali compete sulla strada, per sorpassarli, in un contesto di relazioni intersoggettive non comunicativo, bensì solo diretto dalla soddisfazione delle preferenze soggettive. Il traffico automobilistico è così una metafora, o meglio una replica, del mercato. Riflette il modello cui si ispira la società che ci sta toccando di vivere: libertà di circolazione al posto di libertà politica, libertà negativa contrapposta alla libertà positiva.  Con un po’ di malizia si potrebbe aggiungere che la “cittadinanza europea” dei Trattati dell’Unione nella interazione hobbesiana della circolazione automobilistica ritrova la sua vera ispirazione.

Una tale situazione, abbastanza ovviamente, crea insoddisfazione, precarietà, ansia, paure, tensioni, depressioni, disperazioni. Di ciò soffrono soprattutto i meno protetti, i più giovani, che avrebbero diritto a vedersi proiettare un orizzonte di progresso e di speranza, o i dimenticati e gli invisibili, come l’esercito di precari o di sottopagati di cui si alimenta l’economia dei paesi europei e la strategia di austerità scelta per far fronte all’emergenza finanziaria. Il sovra-nazionalismo, o certo globalismo giuridico, di cui l’Unione Europea si è fatta per decenni efficace portavoce e fortunata genitrice, paiono ora generare non più maggiori opportunità, o un benessere meglio ridistribuito, bensì riduzione delle prestazioni sociali, approfondimento delle disuguaglianze, licenziamenti, annullamento di diritti una volta dati per scontati (il diritto di sciopero per esempio, o la contrattazione collettiva, o più modestamente ma anche più incisivamente tempi di  lavoro, e di riposo da questo, dignitosi).

Gli ascensori sociali si sono bloccati. Anzi si erodono le posizioni già conquistate e la classe media sprofonda verso il basso. Professioni che una volta erano porte per una vita economicamente soddisfacente e dignitosa traballano nelle loro aspettative.  Insegnanti, avvocati, giornalisti, impiegati pubblici, sbarcano il lunario con sempre maggiore fatica e con crescente affanno e preoccupazione per il presente. Il futuro si raccorcia alla soddisfazione dei bisogni attuali. “Azione” ed “opera”, per usare categorie di Hannah Arendt, la condotta umana comunicativa e quella creativa di un manufatto vengono rimangiate dal “lavoro”, l’impresa di se stessi ed il consumo della propria vita come investimento del solo capitale di cui si dispone. Ma siamo ora invasi di soggetti che di questo capitale dispongono a iosa. Sono i migranti che bussano alle nostre porte, e che nella concorrenza bio-economica che regge le nostre società hanno il vantaggio d’essere portatori d’una esistenza che è nuda vita, vita senza vincoli, duramente competitiva, dunque vita privilegiata, perché nella sua miseria attrezzata, per la battaglia che c’impegna ogni giorno sul mercato che è divenuta la nostra esistenza sociale.

Sì; viviamo in un tempo ossessionato, e lo sappiamo.

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