| RIVISTA SEMESTRALE - ISSN 2421-0730 - ANNO XI - NUMERO 1 - GIUGNO 2025

EDITORIALE – Il ritratto nascosto dell’Occidente. Cuore di tenebra e società dello spettacolo

DI MASSIMO LA TORRE

I.

La fine del secolo diciannovesimo, dell’Ottocento, fu un tempo scisso. Da un lato prevaleva l’ottimismo, la scienza si proiettava come progresso di civilizzazione, la tecnica migliorava le condizioni di vita, arrivava l’elettricità, e la luce permanente nei luoghi più reconditi dell’Europa. Il ballo “Excelsior” alla Scala di Milano nel Capodanno del 1900 ne è la celebrazione spettacolare. Si parla per quel tempo di “Belle Époque”, di un dolce vivere, ed è certo che vi fu, ma che venne stroncato dalla Prima guerra mondiale. Basta leggere i racconti dell’epoca pubblicati per esempio da Arthur Schnitzler o Thomas Mann per rendersene conto. Eleganza soffice nei lidi o nei luoghi di villeggiatura, riti come il vestirsi per cenare con la dinner jacket, in smoking cioè, ottimismo come quello che traspare nelle prime forme popolari di sport, il calcio per esempio, di cui i club più famosi risalgono per la loro nascita proprio a quegli anni. Il lancio poi delle Olimpiadi, una cerimonia che si vuole sigilli pace e armonia tra i popoli ed i continenti.

Ma accanto e sotto l’ottimismo vi è un umore di tutt’altro tenore. Una corrente d’irrazionalismo comincia ad agitarsi a partire della seconda metà del secolo diciannovesimo. Accanto al positivismo ed all’evoluzionismo darwinista, e al marxismo che di questo è una duplicazione per certi versi in àmbito storicista, la filosofia reagisce alla celebrazione dei trionfi della ragione, di cui il grande profeta del secolo “stupido”[1] è Hegel. Già la formula per cui la “realtà è razionale”, e la storia è mossa da una segreta “astuzia della ragione”, sospinge a sospettare delle sorti magnifiche e progressive della storia così come si svolge dinanzi agli occhi dell’uomo ottocentesco. Che è serioso, vestito di nero, nelle sue lunghe redingote, e nella folta peluria di peli che gli affolla dappertutto il viso. La sua morale è puritana, filistea, “vittoriana”. Drammi innumerevoli si consumano nelle case della borghesia, di cui La signora delle camelie di Dumas figlio, La Traviata del nostro Verdi, sono un esempio paradigmatico. La sessualità è repressa e ripudiata, contro il libertinismo settecentesco. Già la protagonista de La femme de trente ans di Balzac, incorsettata da mille scrupoli, è vista dalla vecchia zia, vissuta nell’“antico regime” libertino, come poveretta incapace di godersi la vita. Il romanticismo ammette solo amori ciechi e passioni drammatiche, oppure fedeltà eterne. La giocosità della relazione tra un uomo ed una donna, ed il suo naturale spensierato retroterra sessuale, sono rigettati, e condannati. Il nipote di Mary Wollstonecraft, ora un baroncino Shelley, brucia le lettere d’amore, passionali, ed erotiche probabilmente, della nonna dirette a Johann Heinrich Füssli, un pittore svizzero preromantico e sovversivo. Una nonna, Mary Wollstonecraft, sposa dell’anarchico William Godwin, primissima teorica del femminismo, la quale, nella cultura britannica vittoriana, è equiparata in buona sostanza ad una perduta sgualdrina. Ma questo tono emotivo provoca reazioni.

Kierkegaard lascia Regina, che pure lo implora in ginocchio di non troncare il fidanzamento. Ma lo stesso Kierkegaard fa di Don Juan un eroe, un modello filosofico. Schopenhauer non adotta il puritanesimo kantiano; nondimeno si affida alla mortificazione della carne e del desiderio, la sua “volontà”, per aspirare al “nirvana”, una condizione stoica di assenza del desiderio. Qui, dirà Nietzsche, si dice “no” alla vita. E il pessimismo prevale sulla possibilità dell’uomo come essere felice. Questo sentimento è espresso con accenti quasi lirici in uno dei più famosi capitoli dei Buddenbrooks, il primo grande romanzo di Thomas Mann. Il protagonista tira fuori da un cassetto il libro di Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, lo legge, se ne imbeve. La lettura lo conferma nella sua tristezza esistenziale, in una calma disperazione, e di lì a poco muore. Ed allora Nietzsche capovolge l’impianto teorico di Schopenhauer, celebrato come “Erzieher”, “educatore”, dal Professore di Basilea. Ora però – dice Nietzsche –, si tratta di dire “si” alla vita. E ripudiare il ruolo di domina che la ragione si arroga rispetto alla volontà ed al desiderio. Wille zur Macht, volontà di potenza, è la risposta alla crisi prodotta dal nichilismo europeo, vale a dire dalla rinuncia alla centralità di desiderio e passione. Il desiderio e la passione, innanzitutto del bello, non devono avere guardiani di sorta. Nessun limite. L’uomo, il maschio, deve riprendere in mano la frusta. Quando vai da una donna, non dimenticare la frusta – insegna Zarathustra. Liberalismo, socialismo, anarchismo, cristianesimo, democrazia, uguaglianza, sono tutti stratagemmi per rendere l’uomo infelice, togliendoli la volontà di potenza, che sola può dargli gioia.

II.

Di questa idea superomistica della gioia troviamo una traccia distinta nel romanzo di Oscar Wilde, anno di pubblicazione 1895, Il ritratto di Dorian Gray. Si tratta dell’unico romanzo scritto da Wilde[2], del cui pensiero e del cui atteggiamento vitale è una sorta di manifesto. È ricolmo di estetismo e di bon mots, di battute e di freddure. Ci sono descrizioni di tessuti damascati. E di fiori, di bei sorrisi, di labbra rosse, di occhi celesti. La compagnia è quella dell’alta società britannica. In cui ci si veste per la sera ogni giorno. Frac, cilindri, guanti, bastoncini, rose all’occhiello, e tanti maggiordomi, e servitori. L’estetica qui è quella stessa che, con significato opposto, morbosamente decadente nell’uno, acidamente sovversivo nell’altro, ritroviamo nell’opera rispettiva di Joris-Karl Huysmans, in particolare nel romanzo A rebours, o in quella dell’anarchico Octave Mirbeau, in specie nel graffiante Le Journal d’une femme de chambre[3]. La musica preferita qui è quella di Wagner col suo tono ora lamentevole ora rimbombante. E con la confusione che fa di tempi forti e deboli risolti in continui scivolamenti romantici.

Tutto inizia col ritratto di un giovane ventenne, bellissimo, Dorian Gray per l’appunto, che l’amico pittore, Basil Hallward, dipinge deliziandosi della vista delle sue belle forme. Il tono è omoerotico. Il giovane bellissimo è “sedotto” per così dire dalla brillante conversazione di un ricco, arguto ed annoiato lord. Che ruba il giovanetto, sempre per così dire, al suo ritrattista. Ma il dipinto è finito, e lo si regala a chi vi è ritratto, in tutta la sua gloria estetica e nella sua raffinata, splendida, e sfacciata giovinezza. Il giovanetto è ingenuo, timido, di buone maniere ed apparentemente anche di buoni sentimenti, ma il lord lo avvia sulla strada del peccato, di delizie proibite, dell’erotismo che può godersi negli oggetti di cui è composto il mondo, esseri umani innanzitutto. Il mondo è una vetrina qui di bella merce da desiderare e consumare, per poi una volta consumata stancarsene nauseati. È quello che fa Dorian, il giovane efebo, con un’attricetta deliziosa, che però si innamora di lui, e non può così interpretare liberamente la parte dell’innamorata. Non potrà più essere una Giulietta convincente ed ispirata sul palcoscenico. La realtà dell’amore ha preso in lei il sopravvento sulla finzione dell’arte. Ma è la finzione a dare bellezza, non la realtà – questa è l’estetica di Dorian, e in parte di Oscar Wilde. Tra il serio e il faceto, ed è nel faceto il diletto, e nel serio la noia e la nausea. Si sceglie il diletto, e si abbandona così l’amore sincero della ragazza innamorata. Senza una ragione vera, solo per un motivo estetico, per un principio d’arte. L’estetica si sovrappone alla morale e la consuma, la distrugge. L’unico valore ammesso è quello della bellezza, e del godimento di questa. Dell’immagine, se si vuole. È un po’, mutatis mutandis, ciò che detta a noi la società dello spettacolo, e la pratica del consumismo. L’individualità in entrambi casi è un consumatore d’oggetti, di merci, di immagini, di spettacoli, di show, beato osservatore di schermi, di brillio. La realtà si contrappone al brillio, ma poi questo la risucchia e l’annulla.

Sybil Vane, abbandonata da Dorian Gray, si suicida, e lui, il bellissimo giovane, non sente rimorso, nessuna pena. Quella notte stessa la trascorre nel palco dell’elegante sorella dell’amico lord e lì assiste alla prima di un’opera alla moda. Ma il ritratto, il dipinto subisce una trasformazione, dopo quella sera, si altera. Nella tela sulle labbra del ritrattato, Dorian, si disegna una smorfia crudele. La crudeltà della condotta reale si manifesta nella rappresentazione. E ciò avviene in séguito per ogni infamia, e sono tante quelle che commetterà Dorian. Una in particolare lo marca a fuoco. Ed è l’omicidio di Basil Hallward, l’amico ed autore del ritratto. Basil si rende conto del comportamento cinico e maligno di Dorian nei confronti di Sybil Vane e glielo rimprovera. Acceso dall’ira, Dorian replica uccidendolo.

Col passare degli anni, per una sorta di fattura (di incantesimo perverso), Dorian in persona si mantiene bello e giovane, il suo sguardo limpido, il suo sorriso innocente.  E così continua a vederlo la gente. La sua corporeità si è ora tutto trasferita in una immagine immateriale. Il suo brillo non si spegne, e con questo la meraviglia che produce nello spettatore, mai sazio di quella visione, in permanente processo di ringiovanimento, identica sempre a se stessa, nonostante lo scorrere degli anni e il passare stagioni.

 

Summer followed summer, and the yellow jonquils bloomed and died many times, and nights of horror repeated the story of their shame, but he was unchanged. No winter marred his face or stained his flower-like bloom. How different was with material things![4]

 

Ma il ritratto che gli fece l’amico ucciso registra ogni peccato, ogni crimine, e i tratti del viso dipinto si modificano ad ogni mossa malvagia del bello. Col tempo diventa una maschera decrepita, che rende evidente una putrida anima dell’intimo. Ed allora il ritratto non può esporsi alla vista pubblica, va nascosto. In una soffitta. Lo vede, ogni volta sempre più sgomento, Dorian stesso, a controllare la sua personale discesa agl’Inferi[5]. Nondimeno l’apparenza, la bellezza tende a cancellare il giudizio morale o a sovrapporsi a questo. C’è nel bello una presunzione di bontà, così che Dorian, bello sempre, dall’apparenza perennemente brillante attraversa indenne le tante infamie di cui si rende responsabile. Ché l’accusa di queste perde di credibilità dinanzi alla bellezza dell’imputato. Il bello ha il sopravvento sul buono, lo “cattura”, lo “divora”, per quanto esso, all’occhio della gente, è portatore di una difficilmente contestabile presunzione d’innocenza. Delle fattezze così perfette ci inducono ad assumere, almeno prima facie, che ad esse corrispondano parimenti inattaccabili virtù[6].

Ricordo di aver visto da bambino alla televisione un film britannico in bianco e nero che raccontava questa storia. (Era diretto da Albert Lewin e fu prodotto dalla Metro Goldwyn Mayer nel 1945). Il ritratto del film mi terrorizzò. Non dormii quella notte. E la sua immagine mi perseguitò per mesi. Ancora oggi è quel film per me il paradigma del cinema dell’orrore.

Ora, l’Europa, l’Occidente tutto, in particolare gli Stati Uniti, paiono trovarsi in una situazione simile a quella di come Dorian. Il ritratto di questo, la sua immagine iconica e intangibile, incorrotta, la quale si sovrappone alla realtà e corruttibilità del corpo, può anche rimpiazzarsi, surrogarsi, o sostituirsi, in un certo senso, con la posizione economica, il “patrimonio” o la “classe” di quel certo soggetto, abbellendone e teatralizzandone, ed occultandone ed infine giustificandone, la vita miserabile È il “patrimonio” qui direbbero Max Horkheimer e Theodor Adorno, a dare la sua maschera all’individuo. «La maschera caratteriale economica» – leggiamo nella loro Dialettica dell’Illuminismo – «e ciò che vi è sotteso si sovrappongono nella coscienza dell’uomo, incluso lo stesso interessato, fin nella più piccola piega»[7].

Si sono mantenuti giovani, o così sembra. Il capitalismo che ne è l’anima, ogni volta dato per spacciato, è risorto più vitale e forte e “bello” che mai. La sua forza di attrazione si è rinnovata, rigenerata, addirittura moltiplicata. Ciò che spiega lo spostamento massivo di migranti attirati dal brillo delle società di mercato “altamente competitive”, e dai suoi mass media, dalla loro autorappresentazione che trasuda merce e enjoyment. È il “sogno americano”, quello di consumare e godersi lo spettacolo. Lo show permanente che, per esempio, una città illuminata tutta la notte offre a New York. La società ripensata come una immensa discoteca, ricolma di bella gioventù, e attrezzata con ottimi drink e pastiglie, o polverine, più o meno miracolose, più o meno segrete. Wall Street e il suo mercato finanziario globale sono questa mondiale discoteca, con la sua cornucopia di proprietà, titoli, azioni, obbligazioni, derivati, e annessa felicità. Blues, Jazz, rap, ecc., ne sono la colonna sonora. Così come i Bee Gees venivano fatti sentire a volume altissimo ai sequestrati a Guantanamo e nelle prigioni segrete della Cia, di cui varie in paesi europei come la Polonia e la Romania, in cui si torturavano i sospetti terroristi di Al-Qaeda[8]. Nella discoteca, almeno questo è un primo duro scontro con la realtà effettuale, non vige lo Stato di diritto. Si può torturare in essa (ed è d’accordo una catena di giuristi e filosofi contemporanei, più meno “distinguished” come il “comunitarista” Michael Walzer[9] o il “giusnaturalista” Michael Moore[10], ovvero il “libertario”Alan Dershowitz[11]). Si può, anzi si deve sospendere i diritti fondamentali, corrompere il legislatore per farsi dare delle leggi fiscali di favore, ridisegnare i distretti elettorali per vincere le elezioni, bloccare il riconto delle schede (come in Florida nelle elezioni presidenziali americane del 200o: cosa che fece gridare Ronald Dworkin al “colpo di Stato”). Nella discoteca si può ordinare con “executive orders” quasi tutto, dai dazi punitivi, alla espulsione forzata di milioni di migranti, alla modificazione dei programmi di studio all’università, ecc. l’“ufficio ovale” del Presidente americano del resto è ora come un reality show, nel quale gli ammessi vengono più o meno redarguiti dal boss (ricordiamoci che il reality show è spesso anche una competizione nella quale si viene premiati, o puniti, secondo la propria performance dai consumatori, o spettatori, il “pubblico”, o da una giuria che è una specie di giunta che rivede i conti dell’azienda). Ci si potrà consolare, ci è graziosamente concesso, ed anzi raccomandato e promosso, rivendicando la propria “identità”, di genere, sessuale, etnica, religiosa, linguistica, “intersezionale”, e chi più ne ha ne metta; e giustificare la discoteca come istituzione perché non discrimina. Vi si ammettono persino gli obesi, corpi che, trascinandosi pesantemente, sempre più affollano le strade delle città statunitensi e britanniche, corpi resi deformi per la massa di cibo (food, parola tutta anglosassone, e che noi Italiani riserveremmo piuttosto all’alimentazione di un animale), dalla massa di cibo – dicevo – consumata.

Ma obesi siamo tutti potenzialmente nella società dello spettacolo, ché ci ingozzano di merci e immagini. E tutti vorremmo essere palestrati, e l’estetica maschile sostituisce all’agile asciutto ragazzo di quartiere, un Vittorio Gassman per esempio, il ben anabolizzato culturista, bicipiti in rilievo ben in mostra, possibilmente chiazzato di molteplici tatuaggi, sorta di richiami pubblicitari rispetto alla propria individualità non altrimenti, e non iconicamente, afferrabile. Basta ciò a darle legittimità alla società dello spettacolo (e del supermercato e della palestra), ed a colmare la sete residua di giustizia che alberga nei cuori agitati dei consumatori di merci in cui si sono trasmutati (la “grande metamorfosi” la si potrebbe anche chiamare) quelli che una volta si dicevano “cittadini”, o “proletari”, o più semplicemente “lavoratori” o anche solo “persone”.

Nel 1929 ci fu la grande crisi di Wall Street. E dopo questa sembrava avviata la “grande trasformazione” in senso socialdemocratico, poi affermata come perenne da Karl Polanyi (invero osteggiato dal fratello Michael sempre convinto liberista[12]) nel suo intelligente omonimo libro[13]. Ma dagli anni Settanta quella realtà è stata smontata. Si è avuto il “grande smottamento”[14]. Il capitalismo si è riaffermato in tutta la sua forma come economia di capitali finanziari che cortocircuita Stati e sera pubblica. La fine degli accordi di Bretton Woods nel 1971, voluta dal presidente americano Nixon, è la prima decisiva mossa per riaprire il grande gioco del capital, che sarà infine “slegato”, unbound, a partire dalla fine degli anni Ottanta, in particolare con la decisione presa dalla Comunità europea (già nell’Atto Unico) di permettere la libera circolazione dei capitali, infine “quarta libertà” nel Trattato di Maastricht del 1992. Ma non vanno dimenticato i Chicago Boys che accompagnarono la dittatura di Pinochet dal 1973, con un programma di estrema privatizzazione delle risorse pubbliche; quegli stessi “boys”, “esperti”, consulenti vari, docenti, che poi dalla caduta del muro di Berlino in poi a marce forzate nei paesi dell’Europa dell’Est reintrodussero l’economia capitalistica dal “nulla”, vale a dire da uno status quo precedente, che sanciva l’abolizione della proprietà di mercato  e la piena occupazione  e servizi sociali solo pubblici, basandosi su un’economia rigidamente pianificata. Una storia, quest’ultima, per la quale manca uno studio comparabile al gran libro di Karl Polanyi.

Nel 2008 c’è un’altra crisi finanziaria. SI riparla di fine del capitalismo. Ne parla persino Richard Posner, il patriarca di “Law & Economics”, dottrina ora tanto amata dai nostri gius-privatisti, e ci scrive pure un libro[15]. Nel 2010 abbiamo la crisi finanziaria greca, a cui l’Unione Europea reagisce con ricette di austerità che il mio professore di Economia Politica a Messina, Duccio Cavalieri, ci insegnava essere proprio quelle da non adottare in casi simili[16]. Erano state le politiche di austerità del presidente americano Hoover a rendere gravissima la crisi del ’29.

Ma il brillio si rinnova, il volto del capitale e dell’Occidente è ora quello delle show-girls che ogni sera ritroviamo negli schemi televisivi, o ancora delle procaci “veline”, o delle influencer. Dinanzi al fallimento ogni volta il capitale rilancia. Paperon de’ Paperoni cambia le piume, ne perde qualcuna. Vi si tuffa nuovamente, e i dobloni aumentano miracolosamente, ma non cede i dobloni d’oro[17]. Basta solo far credere ai poveretti di poter anche loro avere vasche piene di monete. La borsa serve soprattutto a questo. Agli Agnelli e Rockfeller succedono i Bezos e Musk. Arrivano i grandi ricchi al potere. Prima si limitavano a comprare i governi, o a ricattarli; ora i governi se li prendono loro in prima persona. In Italia Berlusconi. In America Trump. Entrambi addestratisi a contatto con la televisione. Imparano a governare acquistando dimestichezza col mezzo televisivo, con lo show.

La società spettacolarizzata riproduce la mercificazione della realtà. L’esperienza diventa una immagine su uno schermo, una fotografia da tenere nel telefonino, e solo come tale si legittima ed è esperita, goduta veramente. La foto oggi non è altro che un selfie. Il narcisismo è la vera natura del capitale. Bezos si compra Venezia per la sua cerimonia di nozze. Musk fa il saluto nazista, perché gli pare una foto d’effetto. Comunque un’immagine che bucherà lo schermo, ma soprattutto bucherà gli ochi dei consumatori, che sono tali perché sono spettatori. E sono spettatori, che vorrebbero a lor volata avere tanti altri spettatori. Ciò che conta è essere visti, meravigliare. Come che sia. È lo stesso della perenne gioventù di Dorian che desta ammirazione ed invidia. La cupidigia maggiore è desiderio eccessivo d’essere invidiati.

Ma in soffitta c’è quel ritratto che si fa sempre più orrido. E sempre più orrida si fa la coscienza dell’Occidente. Essa è corrotta dalla realtà, e ancor più corrotta perché resa irresponsabile dalla permanente brillantezza che le offre la società dello spettacolo. I bitcoins sono un’epitome di questa malattia morale. Sono solo una situazione virtuale, ma proprio per questo tanto più accattivante e pregnante. Lo stesso accade per l’altro pilastro tradizionale dell’Occidente: la democrazia.

III.

La democrazia è cosa fragilissima. Perché si alimenta di una serie di condizioni, spesso difficili da realizzarsi. Ci deve essere una diffusa partecipazione alla sfera politica. Ma la partecipazione dev’essere discorsiva, argomentativa, non meramente acclamante. Nella repubblica romana di prima di Cristo, ciò in qualche modo era assicurato distinguendo e separando i due momenti, deliberazione e partecipazione. Si distingueva la auctoritas, il potere deliberativo e di iniziativa legislativa del senato, una camera di privilegiati, e in numero limitato, dalla potestas del “popolo”, cui non rimaneva che solo la possibilità di dire si o no, per acclamazione, alle leggi proposte dal senato. SPQR, senatus populusque romanus. Ma una simile separazione rende la partecipazione solo per l’appunto acclamante, le toglie peso specifico, capacità deliberativa. E difatti essa, tale separazione, era assente nella democrazia di Atene, nella quale un quisque de populo (ma non donne e nemmeno schiavi ovviamente) poteva presentare una proposta di legge. Nello spiazzo dell’Acropoli in cui si radunava l’ecclesia le sedute iniziavano col grido dell’araldo: “chi vuole parlare?”. E tutti potevano prendere la parola liberamente, il diritto di cittadinanza più sacro era dunque la parresia[18]. “La parresia è la casa della libertà” – leggiamo in un frammento residuo di Democrito. Una volta isolata dalla auctoritas la potestas del popolo, questa necessariamente si trasforma in una specie di recipiente di consenso per qualche carisma o duce che abbia la forza di presentarsi ed affermarsi.

La democrazia d’altra parte non è al di sopra del diritto o della legge, della procedura, di diritti che si esercitano nella partecipazione e nella discussione comuna. E la legge non può senz’altro sovvertirsi dall’assemblea. Ci vuole un consenso ben preso, e numericamente stabilito ed accertato. E d’altra parte in Atene si prevedeva una sorta di controllo di costituzionalità della legge, e il proponente di una norma illegittima poteva essere sottoposto al giudizio pubblico e condannato. Ma la democrazia nell’età capitalista non è matter of course. Tutt’altro. La democrazia si afferma sempre tardivamente e timidamente tra Ottocento e Novecento. Solo dopo la Seconda guerra mondiale si ha in Italia il suffragio universale. La democrazia deve poi poter penetrare l’interesse del corpo politico e sociale. Ciò implica una elevata misura di uguaglianza sociale tra i cittadini. Troppa disuguaglianza altererebbe l’uguale capacità di determinare la legge che è un presupposto della democrazia. Ma soprattutto la democrazia dà voce anche ai disgraziati, che dunque cercheranno di esserlo di meno, di dare una vita dignitosa, e di ridistribuire la ricchezza della comunità in modo più equo. Democrazia significa di conseguenza una certa permanente contestazione dello status quo, e l’irruzione delle masse nella stanza in cui si decide come allocare le risorse. Democrazia – lo dice Andrea Caffi – è turbolenza[19], perché non si affida alla decisione di Uno o di Pochi, ma deve dare voce a grandi numeri, e soprattutto anche agli assai meno avvantaggiati. Ora, ciò non può che entrare in rotta di collisione col capitalismo che è basato sulla disuguaglianza delle risorse e, poi, sul modello sociale di questo, l’azienda, la fabbrica, in cui c’è qualcuno, uno o pochi, che decide, e gli altri devono solo eseguire le mansioni che sono loro assegnate (e sulla permanenza essenziale di questa istituzione economica si regge la critica dell’anarchismo svolta da Friedrich Engels[20]). Una certa autorità, comunque conferita, da un lato, e dall’altro una certa subordinazione, sono cose – dice Engels – che ci vengono imposte indipendentemente da ogni organizzazione sociale, insieme alle condizioni materiali in base al quale produciamo e diffondiamo i prodotti. La fabbrica è, e sarà sempre, autoritaria, lo dice il marxismo e lo ribadisce il neoliberalismo. E per entrambi c’è poco da fare rispetto a tale necessità anancastica dell’autorità come modo di produzione moderno. La catena di montaggio si adotta non solo perché la si ritiene efficiente, ma soprattutto perché in essa non c’è turbolenza possibile, nessuna partecipazione o decisione collettiva, niente democrazia.

La democrazia nel capitalismo dunque è a disagio, e il capitalismo in democrazia è a rischio, oltreché in imbarazzo. Tra i due c’è conflitto, più o meno sordo. Forte antipatia. Nessuna empatia. E nella nostra era, quella che parte dalla seconda metà del Novecento, se c’è un momento, i trenta anni “gloriosi” (“les trentes glorieuses”), in cui la democrazia sembra vincere e il capitalismo è embedded, “incatenato”, dallo Stato sociale e democratico di diritto (il “tardo-capitalismo” di Habermas), a partire dalla fine degli anni Settanta dello scorso secolo è l’odio della democrazia ad avere la meglio, “la haine de la démocratie” – di cui ci dice Jacque Rancière[21],  che è dentro l’operare del capitale il quale può nuovamente liberamente esprimersi e celebrare i suoi trionfi.

E così siamo giunti ad oggi, al nuovo millennio, nel quale le disuguaglianze esplodono: l’uno per cento della popolazione statunitense possiede il venti per cento delle ricchezze[22]. Anni nei quali la differenza tra un banchiere, un manager, un “dirigente”, ed un semplice lavoratore, impiegato od operaio, diventa in termini salariali o di reddito siderale. Ma si continua a celebrare la democrazia, come si faceva per la giovinezza di Dorian. Ma il ritratto, che è la vera carne di quella figura, progressivamente, per ogni aumento di gerarchia sociale, si abbrutisce e s’incupisce. Non lo si può mostrare, deve essere sotterrato e dimenticato. E il compito per fare ciò è quello proprio dello spettacolo permanente che accompagna la nostra giornata. La democrazia viene ridisegnata e proiettata come mera campagna elettorale a favore o contro qualche magnate o attore, e meglio se le due cose insieme. E la partecipazione si riconfigura come adesione passiva ed entusiastica a quello o quell’altro leader carismatico, che ci entusiasma con la sua motosega, o col suo berretto da baseball, o con le sue “feste eleganti” e le sue villone.

È tutto finto. La partecipazione si misura secondo il consumo che di un certo prodotto si fa. E il politico si affretta a produrre quanti più prodotti possibili, che del resto gli assicurano anche pingui guadagni. C’è ora un profumo Trump, una linea di abbigliamento Trump, cappellini Trump, ovviamente una moneta virtuale Trump, ecc.  Ma prima avevamo avuto la torre Trump nel centro di Manhattan, e il reality show The Apprentice, nel quale il grande imprenditore, sempre Trump, è ammirato per il suo verdetto finale, “you are fired”, “sei licenziato”, contro il malcapitato “apprendista”. Quello che ora succede, la crudeltà che si diffonde in tutte le relazioni sociali, è la vendetta del “ritratto” di Dorian finora nascosto e che ora può esporsi senza patemi d’animo né scrupoli. La crudeltà nascosta ora si riprende la rivincita rispetto allo spettacolo nel quale era celata. E diventa essa stessa lo spettacolo. Come a Gaza. Il massacro e il genocidio dei Palestinesi, invero condotto per decenni ma con imbarazzo e certo secretismo, ora si manifesta crudamente e senza timori. Del resto lo spettacolo, lo schermo, il brillio, che è ciò che ci rivela lo sterminio, per sua stessa natura lo anestetizza, gli toglie la spina morale. E lì uno dei tanti reality show che hanno sollazzato le nostre serate dinanzi alla televisione, un’Isola dei famosi distopica, e a contrario. Vediamo i bambini morti, o denutriti, mentre ci beviamo un buon vino, o mastichiamo una succulenta bistecca, lecchiamo un gelato al limone. E la bistecca ed il vino ed il gelato per questo non ci risultano meno soddisfacenti.

IV.

Comunque, la bellezza permanente si paga grazie all’esistenza di una zona oscura, il “ritratto”, nella quale tutti i vizi e i peccati si rivelano apertamente. Queste è quell’altra parte del mondo dalla quale l’Occidente trae le sue risorse e la sua forza lavoro a buon prezzo, e dove può scatenare i suoi istinti più bassi senza troppe regole e cerimonie. Dove il consumo si fa volontà di potenza dichiarata e dispiegata; dove il consumo è una sorta di cannibalismo, consumo di vite umane.

Carl Schmitt inconsapevolmente descrive tutto ciò con altre parole. Sappiamo che ci parla del ius publicum europaeum[23]. Questo sarebbe il diritto internazionale così come si dà in Europa dalla metà del Seicento con la fine della Guerra dei Trent’anni. Le relazioni internazionali si dispiegano ora e si legittimano come rapporti tra Stati, tutti forniti di indipendente sovranità. L’idea dell’Impero è tramontata dinanzi all’ascesa dello Stato moderno che neutralizza le interne guerre di religione, e ogni fronda. “Tacete teologi in affari a voi estranei”, silete teologi in munere alieno – scrive Alberico Gentili, amico di Giordano Bruno, e professore di Diritto civile ad Oxford nel tardo Cinquecento[24]. Gentili, un marchigiano di San Ginesio, influenzato da Bodin, preannuncia la nuova sistemazione delle relazioni internazionali per la quale gli Stati, quale che sia la loro religione, si riconoscono mutua legittimità. Cuius regio et eius religio. E parrebbe anche reciproco ius ad bellum, anche se in realtà – lo deve ammettere lo stesso Schmitt – la teoria della “giusta causa” della guerra non scompare mai, e tanto Grozio come Vattel, qui e là, la ripropongono. Ma lo ius publicum europaeum è possibile, la civilizzazione delle relazioni internazionali è praticabile, perché lo spazio europeo si contrappone per un verso al “mare libero”, dove non si ammette occupazione e sovranità alcuna, e poi al “nuovo mondo”, dove la civilizzazione della guerra non si ritiene valida.

La civiltà europea, l’addomesticamento della guerra, quel processo di generale di messa “in forma” delle relazioni sociali di cui ci parla Norbert Elias[25], la cultura delle corti, la “guerre en forme” di Vattel, è possibile perché v’è un grande àmbito nel quale tale civilizzazione non è necessaria. Questa è la tesi di Schmitt, e in parte la si può accogliere. Così il secolo sciocco, l’Ottocento, il secolo romantico, arresta il proprio idealismo a finis terrae o allo Stretto di Gibilterra. Plus ultra, oltre le colonne d’Ercole, c’è l’occupazione delle terre, lo sfruttamento selvaggio dei nativi, il genocidio di intere popolazioni indigene, e la tratta degli schiavi africani, che sono trasportati in condizioni disumane nel nuovo continente per essere messi a lavorare ed a servire. La schiavitù è ancora il “dark side”, il lato oscuro, il “cuore di tenebra” della Rivoluzione Americana. Jefferson è uno schiavista, e Condorcet non esita a rimproverarglielo. La raffinatezza dei salotti della Virginia, delle sue splendide mansioni coloniali, è pagata col sangue di masse di schiavi. Lo specchio di Scarlet è la sua nutrice nera.

L’accumulazione primitiva di capitale che è alla base dell’economia capitalistica di mercato, più che con le “enclosures”, le illegali privatizzazioni dei pascoli comuni dell’Inghilterra, si alimenta col traffico degli schiavi. La nostra prima colazione, dolce ora, con zucchero, caffè, tè, cacao, è possibile solo dal Settecento in poi, grazie al lavoro schiavistico, che produce le leccornie che abbelliscono e rendono ghiotta la nostra tavola. Il cioccolato. Quante lacrime e frustate sono state necessarie affinché la maddalena di Proust arrivasse sulla sua tavola?

Ora, per avere schiavi bisogna trattare gli esseri umani da schiavi, vale dire esercitare su di essa una immensa implacabile violenza. Quella che Ecuba indica commossa alle donne troiane fatte schiave dai vincitori Achei. Quella che fa di Andromeda la concubina di Neottolemo, crudelissima progenie d’Achille, e responsabile della morte del re Priamo e del figlio d’Ettore e d’Andromeda, Astianatte. Sulla tomba del padre Achille Neottolemo immola, sgozzandola, Polissena, una delle figlie di Ecuba, sorella d’Ettore. C’è chi lo vuole anche mangiatore di carne umana, cannibale.

Ma il conto delle schiave e dei figli uccisi, e di quelli bastardi venduti, sarebbe difficile da farsi nelle piantagioni della Virginia o della Georgia o dell’Alabama. E con la fase imperialistica dell’Ottocento in particolare, nel 1878 c’è un convegno internazionale (secondo solo a quello di Vienna), la cui materia è essenzialmente la spartizione e il dominio del Congo e dell’Africa da parte delle potenze europee. Bisogna allora dispiegare tecniche e pratiche di assoluto controllo della carne umana, di estrema violenza. Gli Europei lì si esercitano alla crudeltà ed al controllo radicale degli esseri umani. I merletti e gli ombrellini del Giardino del Lussemburgo a Parigi, o delle spiagge del Baltico, quelle evocate nei racconti di Eduard von Kayserling[26], sono allora come Dorian Gray, bello sempre, ché però può esserlo perché c’è un’altra dimensione, la sua vera realtà, il ritratto nascosto in soffitta, nel quale si disegnano i vizi e i peccati più abominabili.

Ma giunge un momento in cui Dorian Gray finalmente si confronta col ritratto. Lo vuole distruggere, ed allora la sua giovinezza tutta di colpo si rivela per quella decrepita dimensione di malvagità ch’essa è veramente. Così il franchismo in Spagna, lo sterminio della classe operaia ribelle, che si compie tra il 1936 e il 1945, con centinaia di migliaia di ammazzati, trucidati innocenti spesso com’è il caso tragicissimo del poeta Federico García Lorca, i cui resti non sono mai stati trovati. Tale sterminio è pianificato nei dettagli e attuato con forza dall’esercito coloniale. Franco si è addestrato, ed “educato”, nelle guerre coloniali della Spagna contro il Marocco. E contro la Repubblica democratica e la costituzione del 1931 procede con le stesse tecniche che applicava ai “Mori”.  Lo sterminio nazista degli Ebrei ha un precedente egregio nello sterminio degli indigeni in Namibia compiuto dalle truppe del Kaiser nel primo decennio del Novecento[27]. La schiavitù imposta ai raccoglitori di canna da zucchero si rispecchia nella rigida disciplina imposta agi operai delle fabbriche tessili di Manchester.

Ed oggi le pratiche di repressione apprese ed impiegate durante la guerra del Vietnam, in quella di Iraq, e in Afghanistan, si applicano alla deportazione dei migranti irregolari negli Stati Uniti. I quali vengono gettati in veri e propri campi di concentramento e poi deportati in paesi esteri, paesi tutti satelliti degli Stati Uniti, i quali per qualche tozzo di pane o per ingraziarsi il Presidente novello cesare, Trump, cedono o svendono le proprie carceri. Kossovo nel cuore d’Europa è uno di questi. Così come l’Albania, per un pugno di dollari, o di euro, si inginocchia (letteralmente) dinanzi alle politiche – diciamo così – migratorie, vale a dire di espulsione generalizzata del migrante, adottate dal governo italiano, ora in mano ad un partito ostile storicamente alla costituzione repubblicana ed antifascista.  Negli Stati Uniti è caccia aperta al migrante, caccia all’uomo, uno sport antico degli Imperi[28], caccia a quelle figure che pure sono stati attori costituenti degli Stati Uniti mediante il loro fattivo desiderio di libertà e benessere. “Deportazione” non è più parola impronunciabile, anzi pare garantire un sostanzioso reddito elettorale. “The free world” è ora quello in cui si apre la stagione della deportazione, pubblicizzata, rivendicata, glorificata. Guantanamo, il buco nero dello Stato di diritto statunitense, luogo di tortura e di reclusione, sottratto al controllo parlamentare e giudiziario, questo è lo specchio in cui si parano i tanto celebrati “diritti umani” dell’Occidente liberale.

Questo gioco di specchi e la dialettica tra apparenza bella e ritratto, realtà terribile ed oscena, vale ancora di più oggi nella società dello spettacolo nella quale ci è toccato di vivere in quest’ultimo quarantennio. Il brillio dello schermo cela la realtà dell’obbedienza (che fa male – lo dice Hans Kelsen[29]) e della miseria. Ma poi se ne appropria, ne diffonde le immagini. E con le immagini di crudeltà che ora consumiamo a pranzo ed a cena il nostro senso morale si fa sordo, si corrompe. Tutti noi ora abbiamo in casa un nostro proprio, intimo, ritratto di Dorian Gray. Basterà accendere il telefonino, il computer, o la televisione per bearsene, gingillandosene. E dimenticare dove siamo e ci troviamo veramente. È certo che con le immagini talvolta la realtà, il ritratto vero, si riprende una rivincita, o che può riprendersela. Ma è pur sempre e ancora tutto mediato dal brillio, che ci fa distrarre e mettere da parte, come Sybil Vane venne messa da parte da Dorian Gray, la sostanza di dolore sottostante.

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[1] L’espressione è coniata in L. Daudet, Le stupide XIXe siècle: exposé des insanités meurtrières qui se sont abattues sur la France depuis cent trente ans, Nouvelle Librairie Nationale, Paris, 1922.

[2] Vedi P. Ackroid, Introduction, in O. Wilde, The Picture of Dorian Gray, Penguin, London, 1985.

[3] Vedi J.-K. Huysmans, À rebours, Gallimard, Parigi, 1884, e O. Mirbeau, Journal d’une femme de chambre, Charpentier et Fasquelle, Paris, 1900.

[4] O. Wilde, The Picture of Dorian Gay, Penguin, London, 1986, p. 169.

[5] J.C. Oates, “The Picture of Dorian Gray”: Wilde’s Parable of the Fall”, in Critical Inquiry, 1980, pp. 419-428.

[6] Si legga O. Wilde, The Picture of Dorian Gay, cit., pp. 158-159: «Even those who had heard the most evil things against him […] could not believe anything to his dishonour when they saw him».

[7] M. Horkheimer, Th. Adorno, Dialektik der Aufklärung. Philosophische Fragmente, Frankurt am Main, Suhrkamp, 2005, p. 220.

[8] Cfr.  S.G. Cusick, “You are in a place that is out of the world…”: Music in the Detention Camps of the “Global War on Terror”, in Journal of the Society for American Music, 2/2008, pp. 1-26.

[9] Vedy M. Walzer Political Action: The Problem of Dirty Hands, in Philosophy and Public Affairs, 2/1973, pp. 160-180.

[10]  Vedi M.S. Moore, Torture and the Balance of Evils, in Israel Law Review, 23/1989, pp. 280-344.

[11] Vedi A. Dershowitz, The Torture Warrant, in New York Law School Law Review, 38/2003, pp. 93-112.

[12] Vedi M. Polanyi, The Logic of Liberty, Routledge, London, 1951. Va ricordato che Michael Polanyi partecipò al congresso del 1938 a Parigi, congresso che può ritenersi il “momento costituzionale” del neo-liberalismo. Fu anche membro della Mont Pelerin Society fondata da Friedrich von Hayek, le cui attività hanno contribuito alla rivincita del modello capitalistico di libero mercato su quello socialdemocratico a partire dagli anni Settanta dello scorso secolo.

[13] Si legga K. Polanyi, The Great Transformation, Routledge, London, 1944.

[14] Si veda M. La Torre, Il grande smottamento, DeriveApprodi, Roma, 2023.

[15] R. Posner, A Failure of Capitalism, Cambridge, Mass., CUP, 2011.

[16] Vedi D. Cavalieri, Lezioni di politica economica, Providente, Messina, 1974.

[17] Cfr. A. Dorfman, A. Mattelart, How To Read Donald Duck, IV ed., International General, New York, 2018.

[18] Cfr. M. La Torre, Libertà di parola. Cittadinanza e avvocatura, Carocci, Roma, 2022.

[19] Vedi A. Caffi, Politica e cultura, a cura di M. La Torre, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2014.

[20] Vedi F. Engels, Sull’autorità, ora anche in K. Marx, F. Engles, Critica dell’anarchismo, a cura di G. Backhaus, Einaudi, Torino, 1972.

[21] J. Rancière, La haine de la démocratie, La Fabrique éditions, Paris, 2005.

[22] Cfr. T. Piketty, Le Capital au XXIe siècle, Seuil, Paris, 2013.

[23] Vedi C. Schmitt, Der Nomos der Erde, Kõln, Greven, 1950.

[24] Vedi A. Gentili, Il diritto di guerra, trad. it. di P. Nancini, apparato critico a cura di G. Marchetto e C. Zendri, Milano, Giuffrè, 2008.

[25] Vedi N. Elias, Die höfische Gesellschaft, Suhrkamp, Frankfurt am Main, 2007.

[26] Per esempio, in E. von Kayserling, Fürstinnen, Fischer, Berlin, 1917.

[27] Cfr. P. Satia, Empire of Guns: The Violent Making of the Industrial Revolution, Penguin, London, 2019.

[28] Cfr. G. Chamayou, Les chasses à l’homme, La Fabrique Editions, Paris, 2010.

[29] «Die Qual der Heteronomie» (H. Kelsen, Wesen und Wert der Demokratie, a cura di K. Zeleny, Reclam, Stuttgart, 2018, p. 3).