| RIVISTA SEMESTRALE - ISSN 2421-0730 - ANNO XI - NUMERO 2 - DICEMBRE 2025

EDITORIALE – L’università “liquida”. Liberalismo autoritario e trasformazione dell’accademia

DI MASSIMO LA TORRE

I.

Da qualche anno per spiegare l’evoluzione del regime politico dell’Unione Europea è in voga mettere in gioco la nozione di “liberalismo autoritario”[1]. Questa, e la corrispondente locuzione, si devono ad un noto intervento di Hermann Heller in una conferenza tenuta in Germania nel 1932, poi pubblicata nel marzo 1933[2], allorché invero si era già dato il passaggio, fatale, dal “liberalismo autoritario” del governo di Franz von Papen a quello direttamente autoritario e in prospettiva totalitario di Hitler.

Heller era un professore di diritto pubblico impegnato nella SPD, il partito socialdemocratico tedesco, all’interno del quale rappresentava l’ala nazionalista, non internazionalista, e revisionista rispetto al marxismo ortodosso. Come teorico del diritto la sua critica si era indirizzata soprattutto contro Hans Kelsen, al quale rimproverava il formalismo della “dottrina pura”, una concezione tutta normativistica del diritto che rifuggiva alla presa egemonica della politica. Le sue simpatie teoriche andavano piuttosto verso Carl Schmitt, che difendeva un forte decisionismo nell’àmbito del diritto, vale a dire un diritto consegnato alla mera determinazione imperativa del sovrano. Il quale per Schmitt andava identificato nel potere esecutivo. Mentre per Heller – ed è qui la decisiva differenza rispetto a Schmitt – la decisione sovrana era quella del legislatore, del parlamento, dei rappresentanti votati dalla nazione. Per quanto concerne la nozione sostanziale di sovranità Heller andava oltre lo stesso decisionismo di Schmitt, in quanto, mentre questo diceva sovrano colui che può decidere sullo stato di eccezione e sospendere (eccezionalmente) la vigenza della legge ordinaria, Heller più radicalmente definiva la sovranità come il potere di decidere e d’agire comunque contra legem, dunque uno stato d’eccezione permanente. I due giuristi ovviamente stanno e lottano su fronti opposti. Schmitt era il consigliere giuridico dello stato maggiore dell’esercito, della Reichswehr, protesa a rovesciare la costituzione di Weimar in senso autoritario, se non addirittura a restaurare la monarchia. Heller invece si faceva interprete delle esigenze di riforma radicale di un robusto Stato sociale, con disposizioni legislative dirette a ridistribuire la ricchezza e il potere sociale a favore dei meno abbienti e della classe lavoratrice. Heller, che insegna a Berlino, è il consigliere giuridico del governo regionale prussiano, governo di punta del partito socialdemocratico. Ed in questa sua capacità che si scontra faccia a faccia con Schmitt nell’ottobre del 1932 a Lipsia, in un processo dinanzi alla Corte Suprema federale.

Ma cos’era successo? Al governo Brüning, governo dell’austerità e della drastica riduzione dei diritti sociali, nel 1932 succedeva come cancelliere Franz Von Papen, un cattolico conservatore, molto vicino agli ambienti industriali ed all’esercito. Si voleva disattivare la costituzione repubblicana accentuando in maniera forte il potere dell’esecutivo, per poi procedere ad un cambio di regime, possibilmente anche ad una restaurazione della monarchia. Ma il partito socialdemocratico, la SPD, rimaneva forte e soprattutto a capo di un Land, una regione, potente come quella della Prussia con capitale Berlino, la capitale anche del Reich, dello Stato federale.  Il 20 luglio del 1932 allora il governo propone al Presidente della Repubblica, Hindenburg, di dichiarare lo stato d’eccezione nel Land della Prussia e di destituire il governo socialdemocratico accaparrandosene le funzioni. È il cosiddetto Preussenschlag. I socialdemocratici vengono scacciati dal potere e perdono così il controllo sulla polizia sulle altre autorità amministrative del Land. Tali poteri si accentrano ora nelle mani di Von Papen. Contro questa azione del governo nazionale il destituito governo prussiano si rivolge alla Corte Suprema che ha sede a Lipsia, allegando che il procedimento accentratore sia incostituzionale. Si apre così nell’ottobre del 1932 un processo dinanzi all’alta corte. Difensore del governo prussiano socialdemocratico è Heller. Difensore del governo centrale è Schmitt. I due, dunque, qui sono l’uno contro l’altro in maniera esplicita. E Heller in questo frangente pronuncerà nel dibattimento una frase rimasta giustamente famosa: che presentare Schmitt come difensore della costituzione di Weimar è come mettere un lupo a guardiano d’un gregge di pecore[3].

È in questa contingenza drammatica che Heller usa l’idea del “liberalismo autoritario”. Quello che si vuole, dice il giurista socialista, è una economia capitalista senza controlli, “economia sana” (gesunde Wirtschaft) la chiama Schmitt in una conferenza di quegli stessi mesi[4], ed un governo autoritario, non democratico, sottratto alla partecipazione democratica, che garantisca un regime economico radicalmente liberista. Il successivo trionfo di Hitler non smentisce subito questa diagnosi. Hitler è votato dai partiti conservatori e dal Centro, il partito democratico cristiano. Ma l’ulteriore sviluppo del nazionalsocialismo è ben più estremo. Ed in esso, per quanto il grande capitale non risulti mai aggredito seriamente, è prevalente l’interventismo statale in economia e l’obiettivo della piena occupazione, sia pure in assenza di conflitto sociale e di feroce repressione della lotta sindacale.

La novità del “liberalismo autoritario” è però dubbia. Potrebbe sostenersi che questa formula e la sua sostanza soprattutto siano già presenti negli anni fondativi del nuovo regime sociale borghese. Sappiamo bene che è la Rivoluzione francese ad operare lo stravolgimento sociale che da un’economia feudale, diretta da una classe di aristocratici grandi proprietari terrieri, conduce ad una economia capitalistica, dove a prevalere è una classe di borghesi, banchieri, proprietari di manifatture, e grandi commercianti. Il “terzo stato”, la classe borghese, si proietta ora come “nazione”, così come la rappresenta il suo grande teorico l’abate Sieyès, il quale già nel 1789 ha cura di distinguere tra democrazia e “regime rappresentativo” – che è quello che ora si vuole stabilire[5]. Ma la Rivoluzione francese, per darsi, ha bisogno della mobilitazione delle masse popolari, dei sans culottes, un ceto proletario le cui aspirazioni solo in parte coincidono con quelle della borghesia. Così che nella Rivoluzione finiscono per affrontarsi e combattersi due partiti, quello moderato dei borghesi, interessati in fin dei conti solo ad una limitata costituzionalizzazione e democratizzazione del potere politico, e soprattutto alla privatizzazione, alla liberalizzazione, del regime economico; e un partito popolare, quello soprattutto concentrato nelle “sezioni” del comune di Parigi, che spingono per una decisa redistribuzione della ricchezza sociale in senso egalitario ed avanzano un programma di democrazia diretta. Con la rivoluzione si pone in moto un processo che progressivamente radicalizza l’esigenza di libertà, uguaglianza e fratellanza, travolgendo passo dopo passo la moderazione del pensiero liberale incentrato su riforme in senso “inglese”, per una ristrutturazione politica e sociale che si limitasse ad un timido costituzionalismo e ad un accelerato regime di libero mercato e di individualismo proprietario. Esemplare è a questo proposito la vicenda della schiavitù, solo limitatamente abolita e poi di nuovo ristabilita nel corso di quegli anni tumultuosi. Lo stesso vale per la cittadinanza, come piena titolarità di diritti politici, che solo brevemente è concessa a tutti (i maschi), ma prima (nel 1791) e subito dopo (nel 1795) viene condizionata alla presenza di certi requisiti censitari e sociali (da qui la divaricazione tra cittadinanza e nazionalità, che si dà a partire della Costituzione termidoriana dell’anno III, il 1795). Ora in questa storia, che è centrale per l’autocomprensione della nostra democrazia e della modernità politica e giuridica in generale, il momento di passaggio è il 1799 ed il colpo di stato del 18 brumaio, il 9 novembre nel nostro calendario.

L’esito del colpo di stato del 18 brumaio è lo scioglimento del parlamento e la presa del potere da parte di un triumvirato diretto dal Primo console, Napoleone. E si procede rapidamente all’emanazione di una nuova costituzione, quella per l’appunto dell’anno ottavo, del 1799. Questa è per certi versi il modello normativo paradigmatico di quello che più di un secolo dopo si chiamerà per l’appunto “liberalismo autoritario”. Nel nuovo ordine costituzionale inaugurato dal Primo Console il potere legislativo è diviso in tre organi.

Il primo, il Senato, è nominato direttamente da chi redatta la costituzione, dunque in buona sostanza Napoleone medesimo per mano di Sieyès. Il secondo, vale a dire il “corps législatif”, è il risultato di una barocca procedura di elezioni ai vari livelli territoriali, a partire da liste di cittadini compilate dai prefetti, autorità che compaiono per la prima volta nella costituzione del 1799, e che dirigono tutto il potere amministrativo nelle diverse provincie. Ai due organi appena menzionati si aggiunge un “tribunato”, anch’esso organo non eletto, il cui compito è di rappresentare o presentare le proposte di legge del governo, detentore della iniziativa di legge, al “corpo legislativo”, il quale può solo approvare o no la legge proposta, ma non può deliberare su questa. Il Senato funge da camera di controllo della costituzionalità della legge presentata ma assume poi mediante dei “senatoconsulti” anche una quota importante di potere legislativo. I diritti politici sono strettamente censitari. In particolare, non può esserne titolare nessun salariato. Ai lavoratori poi si vieta di potersi organizzare collettivamente, ovvero di presentare richieste collettive al datore di lavoro. Significativamente a lato del nuovo ordine politico si crea una “Banca di Francia”, che però è una banca privata, indipendente dal Tesoro pubblico, la quale non può per statuto essere prestatore d’ultima istanza agli organi statali.

Con la nuova costituzione, insomma, l’esecutivo risulta indipendente dalla volontà popolare, e si insula anche dalla politica economica della nazione. I diritti dei proprietari e del libero mercato sono salvaguardati e protetti. Cabanis, il medico e filosofo materialista che è uno degli ideologi e degli attori del colpo di stato, dice che la “classe ignorante” non deve esercitare «aucune influence ni sur la législation ni sur le gouvernement»[6]. E quel tanto di democrazia che era ancora presente nel regime del Direttorio (Cabanis è un membro del Consiglio dei Cinquecento, l’assemblea legislativa del regime termidoriano) viene cancellata, mediante la neutralizzazione politica degli organi legislativi. La separazione dei poteri qui non è tanto quella tra potere legislativo e potere esecutivo, com’è tradizionalmente richiesto. Si separa e si decide invece il corpo legislativo, distinguendolo in tre organi, che si impacciano reciprocamente, e che soprattutto non possono proiettarsi nessuno come rappresentante unico della volontà popolare. Non c’è più un solo legislatore, cui poter guardare come momento centrale del potere democratico. Mollien, dirà allora di Bonaparte, di cui è uomo di fiducia per le questioni finanziarie: «Il a renversé le gouvernement populaire».

Nella costituzione dell’anno ottavo, il 1799, vero detentore del potere rimane il Triumvirato di cui si compone il governo. Questo regime poi scivolerà nella monarchia di fatto assoluta, nel dominio unico di Napoleone, che dapprima da Primo Console si fa Console a vita nel 1802, per poi con un atto del Senato essere nominato Imperatore dei Francesi nel 1804.

Questo è l’anno anche dell’emanazione del Code Napoléon, il Code civil, primo codice di diritto privato che servirà da modello per la gran parte delle successive codificazioni in Europa. Ora, la natura classista e capitalista di questo codice è indiscutibile. Trasuda disprezzo per l’operaio, per il semplice lavoratore salariato, e per i diritti sociali. Ciò si sigilla con almeno due articoli, il 415, e il 1781. Il primo recita: «Toute coalition d’ouvriers dans le dessein d’enchérir leur travail sera passible d’un mois de prison au minimum et d’un emprisonment de deux à cinq ans pour les instigateurs». Vale a dire, l’azione collettiva sindacale viene criminalizzata e sanzionata con pene severe. Ma c’è anche il secondo, l’articolo 1781: «Dans toute contestation au sujet des salaires, c’est l’employeur qui sera cru sur sa parole, laquelle fera foi sur la quotité des gages». Vale a dire, in caso di controversia tra datore di lavoro e salariato, la parola del primo farà fede e non potrà essere contestata dal secondo. Non sarà allora allora implausibile sostenere che la “costituzione economica” introdotta del regime liberale autoritario del Primo Console, poi Imperatore, sia quella della società capitalista di mercato.

Dal “liberalismo autoritario” si passa poi abbastanza rapidamente ad un mero deciso regime autoritario, imperiale addirittura. Potrebbe dirsi che dal “liberalismo autoritario” è breve il cammino all’“imperialismo liberale”. Una vicenda analoga, anche se farsesca questa volta, «das eine Mal als grosse Tragödie, das andre Mal als lumpige Farce», come dice Marx nell’incipit del suo scritto Il diciotto Brumaio di Luigi Bonaparte[7], è quella della fine della seconda repubblica francese, nata nella rivoluzione del febbraio 1848. La Seconda repubblica si conclude infatti col colpo di stato del due dicembre, 1851 col quale assume i pieni poteri, e si fa poi “imperatore”, un nipote di Napoleone, Luigi Bonaparte[8], inaugurando vent’anni pressappoco di trionfi d’una rapace borghesia finanziaria. Di questa seconda epopea “borghese” e autoritaria al contempo si fa interprete e critico Émile Zola e il suo ciclo dei Rougon Macquart (venti romanzi), in cui L’Argent assume una posizione centrale, una storia sulla speculazione edilizia e sulla frenesia della borsa e della banca a Parigi. La fine tragica della Repubblica di Weimar che sfocia nella dittatura nazionalsocialista sembrerebbe confermarlo questo rapporto denso tra “liberalismo autoritario” e “imperialismo” più o meno liberale.

 

 

II.

Viviamo ormai da più di quarant’anni sotto l’ombrello ideologico del cosiddetto neoliberalismo. Di questo si è scritto tantissimo, e sarebbe qui impensabile poter riassumere efficacemente quanto di questo si è detto. Ci resta però la possibilità di un breve riepilogo. Che deve necessariamente servirsi d’una premessa teorica. Il neoliberalismo è la risposta e la reazione alla crisi del capitalismo che si dà negli anni Trenta del secolo scorso e che conduce a quella che Karl Polanyi ha chiamato la “grande trasformazione”[9]. Questa si sviluppa in tre direzioni. (i) Innanzitutto, l’economia di mercato subisce una regolazione ed una riduzione. La libertà di movimento dei capitali è ora soggetta a controlli, così come la speculazione in borsa da parte delle banche. Lo Stato si proietta anche come attore nel mercato, nazionalizzando settori strategici dell’economia. Il diritto del lavoro si rende più rigido a favore dei lavoratori, offrendo loro maggiore protezione. La moneta viene resa indipendente dal suo valore in oro, permettendo allo Stato di aumentare il volume della moneta in circolazione. Si assume come necessario e positivo un certo disavanzo del bilancio pubblico, tale da permettere una politica economica espansiva da parte dei poteri pubblici. La politica monetaria deve mirare anche e soprattutto all’obiettivo della piena occupazione. (ii) La seconda direzione è quella di uno Stato sociale, cioè di concedere ampi ed intensi diritti sociali ai cittadini. Indennità di disoccupazione, pensione di vecchiaia, assistenza sanitaria, educazione pubblica e gratuita vengono introdotte per riequilibrare le forti disuguaglianze esistenti in una società capitalistica. Ciò si fa anche e soprattutto applicando una tassazione progressiva che sia capace di ridistribuire ricchezza, trasferendo risorse dai patrimoni dei ricchi alle tasche vuote dei poveri. (iii) La terza direzione poi è quella di produrre un sistema efficace di diritto nazionale ed internazionale, che riduca l’arbitrio e l’insicurezza nelle relazioni politiche domestiche ed internazionali. Le concentrazioni private di potere economico subiscono un addomesticamento. Lo Stato sociale si accompagna ad una democratizzazione crescente dei rapporti sociali, sia per ciò che concerne i vari appuntamenti elettorali e le diverse istanze politiche rappresentative, sia per ciò che concerne l’azienda e la fabbrica. Partiti e sindacati di massa hanno accesso diretto alla stanza dei bottoni, alle istanze di comando e decisione, sia in àmbito propriamente politico sia nel contesto delle relazioni sindacali e della contrattazione collettiva tra capitale e lavoro. È questa la “costituzione economica” di cui si fa portatrice la Costituzione della Repubblica di Weimar emanata nel 1919, “costituzione economica” di segno socialista teorizzata da Hugo Sinzheimer, il fondatore del “diritto del lavoro” in Germania e, potrebbe dirsi, anche nel resto del continente europeo[10]. Si tratta insomma di sottomettere i poteri di fatto a regole efficaci che ne limitino la portata e l’arroganza, e diffondere benessere e diritti in modo da compensare le differenze di stato sociale. Questo modello welfarista ed internazionalista si impone grosso modo in Europa e nel mondo occidentale a partire dalla fine della Seconda guerra mondiale.

Ora, a partire dalla fine degli anni Sessanta dello scorso secolo questo modello crea malcontento e paura nelle éliteseconomiche e politiche. Il malcontento è dovuto alla riduzione dei profitti da parte del capitale, alla elevata tassazione dei redditi che va ben oltre il cinquanta per cento per i redditi più alti, alle limitazioni poste alla libertà di circolazione dei capitali, alla rigidità del mercato del lavoro co-governato dai sindacati dei lavoratori, poi all’insorgenza accanto alla classe borghese tradizionale di una nuova élite manageriale che fa riferimento alle aziende di Stato ed in generale all’apparato amministrativo pubblico, ed è bene o male responsabile dinanzi ai partiti di massa nel frattempo impostisi sulla scena politica. C’è qui persino chi parla di “nuovi padroni”, che rimpiazzerebbero la vecchia classe capitalistica. Ma sono soprattutto le paure ad avere il sopravvento. E queste sono dovute al crescente potere di partiti e sindacati nella gestione della cosa pubblica, ma anche nell’economia. L’azienda e la fabbrica tendono a democratizzarsi, in linea con ciò che accade nella generalità del territorio sociale, nella scuola, nei municipi, ma anche in famiglia. La antica gerarchia e il sistema di comando devono cedere dinanzi a richieste di pari dignità e di gestione diretta da parte di coloro che tradizionalmente erano stati solo soggetti del comando, sudditi, non ancora cittadini. Nel modello liberale la cittadinanza, la partecipazione alla gestione degli affari sociali, è limitata al momento elettorale. Il sistema rimane verticale e il comando sociale ancora rigidamente gerarchico. Questo antico modello, che si mantiene bene o male anche nello Stato sociale, pare ora saltare. C’è troppa democrazia. Si rischia l’ingovernabilità. Troppi scioperi. Troppe domande di aumenti salariali. Troppi diritti sociali. Troppa facilità d’avere una buona pensione. Troppa arroganza dei ceti bassi. L’autorità dello Stato è in pericolo, così come quella delle varie istanze di comando nel territorio sociale: l’imprenditore e la banca nel mercato, il padrone nell’azienda, il professore a scuola, il sindaco nel comune, il marito o il padre –può aggiungersi – in famiglia.

Tale critica però il più delle volte non è diretta, o esplicita, e si presenta piuttosto come sussidiaria ad un argomento di carattere economico e funzionalista. L’economia consegnata ai poteri pubblici non funziona, produce debito pubblico, stagnazione, inflazione, disoccupazione. Il mercato limitato nella sua libertà non riesce a esprimere tutta la sua energia produttiva. E s’ingrossa il mostro d’una burocrazia statale improduttiva che alimenta solo se stessa senza creare vero benessere. Insomma, lo Stato sociale si è rivelato un Leviatano che corrode la società, la rende meno produttiva e libera nelle sue espressioni economiche ed in parte anche politiche. La democrazia sociale è prossima al totalitarismo. Ora, questa diagnosi era stata anticipata in un libro del 1944 The Road to Serfdom da un’economista austriaco Friedrich von Hayek[11]. Si tratta di un libro invero non d’economia ma di scienza politica. La sua tesi è che l’intervento statale in economia, la limitazione del libero mercato, i diritti sociali spingono la società verso un regime che non è lontano da quello totalitario, in particolare da quello sovietico. Ma il libro nel momento della sua pubblicazione rimane inascoltato. Nel 1945 è il Labour che vince le elezioni nel Regno Unito, ed è quello l’anno che sancisce l’inizio dei cosiddetti “Trenta gloriosi” anni nei quali, in Europa, ma anche negli Stati Uniti, si dà una sorta di “rivoluzione invisibile”, affermandosi un modello decisamente socialdemocratico[12]. Questo modello è accolto non solo dai partiti d’ispirazione socialista e socialdemocratico ma che, talvolta anche entusiasticamente, dalla democrazia cristiana nelle sue varie espressioni europee. Ma la vittoria della critica neoliberale di Hayek è solo rimandata.

Il neoliberalismo, dunque, è una reazione alla crisi del capitalismo tra le due guerre mondiali. La crisi del 1929 pare condannare l’economia di libero mercato. I costi di questa per la società sono insopportabili: disuguaglianza, povertà, disoccupazione, delinquenza e devianza, ed instabilità politica. Il rimedio, si è visto, è lo Stato sociale, le politiche di riduzione della libertà dei mercati, soprattutto del mercato finanziario, che si inaugurano negli Stati Uniti col New Deal di Roosevelt. E poi c’è l’Unione Sovietica che pare presentare un modello alternativo radicale che miete successi. L’ascesa dei regimi fascisti nemmeno è favorevole al liberismo. Né già lo era stata l’economia di guerra necessaria alle operazioni militari della Prima Guerra Mondiale. Per far fronte a questa gli Stati avevano dovuto fortemente regolare produzione e consumo, e sottoporre il mercato ad un rigoroso incorsettamento. Il neoliberalismo reagisce a questa tendenza che sembra epocale ed inarrestabile. L’assioma fondamentale del liberalismo economico viene riaffermato: mercato e concorrenza sono regimi più efficaci del piano e dell’intervento statale. E vi è anche – si sostiene – intrinseca al mercato una sua superiorità morale rispetto alla pianificazione statale o collettiva, in quanto è solo esso, il mercato, che si affida alla autonomia ed alla responsabilità dell’individuo. Lo Stato sociale trasforma i liberi cittadini in meri agenti passivi, clienti, o ingranaggi di una macchina che non controllano. Il mercato invece si fonda sulle preferenze individuale: è – dice Von Mises – come un plebiscito quotidiano su ciò che meglio soddisfa i bisogni di ciascuno[13]. Esso ha anche una superiorità epistemica rispetto al piano, in quanto garantisce una formazione dei prezzi adeguata da una parte alle necessità del consumatore e dall’altra alle capacità produttive dell’imprenditore. Il prezzo del mercato, dunque, è –come dice Franz Bohm, il giurista francofortese teorico dell’ordoliberalismo – “esatto”. «Il sistema dei prezzi del mercato […] è tra tutti i sistemi segnaletici prodotti dalla società il più meccanico o esatto»[14]. In tal modo i prezzi delle merci saranno degli indicatori reali per ciò che concerne una loro efficace e razionale distribuzione ed allocazione.  La loro “esattezza” è funzione del programma normativo che informa il sistema di mercato, così come la coerenza d’un ordine cibernetico – il paragone è di Böhm – è intrinseca nel programma algoritmico che alimenta l’ordine medesimo[15]. I prezzi offerti dal mercato hanno dunque non solo il carattere descrittivo di segnali, ma anche quello prescrittivo di comandi. Lo dice in maniera esplicita Hayek: «La funzione dei prezzi è di dire alla gente cosa debba fare»[16]. D’altra parte, nel neoliberalismo si mantiene la tesi vetero-liberista per la quale il mercato, se veramente libero, e in regime di concorrenza pura, ha in sé un principio di autoregolazione che impedisce concentrazioni di capitali e discriminazioni a favore di specifici centri di produzione. Ma cosa è fallito allora?

Per il neoliberalismo la crisi del ’29 è dovuta soprattutto a due fattori. (a) Innanzitutto, all’idea, sbagliata, di un’astensione statale dal mercato nel senso di una politica meramente permissiva, incapace dunque di garantire il mercato da distorsioni e da concentrazioni di potere o da turbolenze fattuali tali da non rendere più attivo il principio della concorrenza. Lo Stato dovrebbe piuttosto vigilare sul buon funzionamento del libero mercato, ed anzi più che vigilarlo promuoverlo, con atteggiamento proattivo. È questa una dei tesi principali dell’ordoliberalismo tedesco, che del neoliberalismo è probabilmente la versione intellettualmente più sofisticata. Una espressione particolarmente significativa di questa dottrina ci è data da Walter Hallstein, che fu il primo Presidente della Commissione Europea, in carica dal 1958 al 1967, gli anni fondativi della Comunità economica europea. «Un tale ordine in senso moderno liberale non esclude l’intervento statale, ma al contrario presuppone la presenza dello Stato, sotto la forma di quadro ordinamentale. Che garantisca e imponga [erzwingt] la libertà di decisione d’ogni soggetto economico. La concorrenza, “motore del sistema”, dalla cui sincronizzazione e precisione dipende la qualità dell’ordine liberale, necessita costante cura e monitoraggio. La politica della concorrenza non è semplicemente polizia della concorrenza, bensì permanente formazione e conservazione creativa di norme giuridiche, che assicurino la concorrenza della prestazione»[17]. Il libero mercato dunque – in questa prospettiva – non deve fare a meno dell’azione attiva e produttiva dello Stato, che si dà eminentemente nella forma di regole giuridiche rese efficaci da istanze indipendenti di implementazione. E di direzione. È tutt’altro questo allora d’un regime di laissez faire, laissez aller, nel quale lo Stato assolva solo il ruolo di “guardiano di notte”, secondo la nota formula di Adam Smith in The Wealth of Nations. Qui ora lo Stato è guardiano anche di giorno, e più che guardiano “pastore”, benevolo produttore di concorrenza e di mercato mediante politica e diritto. D’altra parte, per il neo-liberalismo la moneta è cosa troppo seria perché rimanga in mano alla politica. Deve dunque ristabilirsi un rigido regime di cambio, e ciò si può solo fare rendendo impossibile al sovrano politico di determinare la politica monetaria. Lo strumento a tal fine sarà o quello di reintrodurre un nuovo Gold Standard, ovvero di denazionalizzare la moneta rendendola transnazionale o sovranazionale. E di tale autonomia della politica monetaria dovrebbe farsi carico una banca centrale del tutto indipendente dai governi nazionali. L’attuale regime di governo dell’Euro riflette questa dottrina. Un postulato centrale di questa svolta è poi è il ritorno ad un rigido regime di parità del bilancio pubblico.

Tutto ciò però è possibile – pensa il neoliberalismo – solo se l’economia viene sganciata dalla politica, e questa rinuncia al programma della democratizzazione progressiva del territorio sociale. Del resto, già nel 1932, già in quell’anno decisivo in Germania, l’anno in cui Carl Schmitt e Hermann Heller pronunciano le due conferenze sopra ricordate, Walter Eucken, il padre fondatore della dottrina economica ordo-liberale, si era espresso in termini fondamentalmente sovrapponibili all’analisi offerta da Schmitt e Heller, seppure ed abbastanza ovviamente (dato il suo orientamento politico) coincidendo piuttosto con quanto preconizzato da Schmitt. Ed aveva dunque puntato il dito per l’appunto contro «la democratizzazione del mondo»[18], dunque contro la perdita di efficacia del comando e dell’autorità, in ragione anche della riduzione delle disuguaglianze sociali. La democrazia, in quest’analisi, equivale a eguaglianza delle condizioni sociali, secondo una tesi presentata Tocqueville nella Démocratie en Amérique. E fomenta il pluralismo dei gruppi e la pluralità delle rivendicazioni di prestazioni statali, mettendo in crisi l’unicità e l’omogeneità del comando sovrano. Lo Stato si fa debole e non riesce più dirigere efficacemente la vita della nazione. Bisogna allora porre rimedio alla democrazia, ed a tal fine ogni strada, più meno esplicitamente anche quella autoritaria, va esplorata. Lo dice ancora Eucken nel suo discorso del 1932: «Una direzione cosciente e responsabile dello Stato proverà tutte le strade [alle Wege] per difendersi dalla dissoluzione pluralistica dello Stato»[19].

Ma vi è un’altra differenza del neoliberalismo rispetto al liberismo tradizionale. (b) Un secondo rimprovero che il primo muove al secondo è che il mercato concorrenziale non può sostenersi e sopravvivere in un contesto sociale, e in un mondo vitale che le sia ostile. Perché ci sia mercato libero, l’intera società deve essere conformata in modo da favorirlo. È ciò che si sostiene con la formula “economia sociale di mercato”. Questa non auspica, come da più parti si crede, una moderazione del mercato mediante la concessione di diritti sociali, dunque un compromesso tra Stato sociale e regime liberista. Tutt’altro. L’idea è piuttosto che la società deve essere trasformata in maniera da rendersi funzionale ad un mercato altamente concorrenziale. Bisogna che gli individui, per esempio, introiettino interessi propri tali da potersi pensare anch’essi come soggetti in concorrenza tra loro in una zona di mercato. Ed ecco per esempio la ragione per cui una delle prime misure adottate dalla Signora Thatcher, nel suo sforzo di demolire lo Stato sociale britannico, fu quello di eliminare il sistema di allocazione di appartamenti mediante i municipi che ne concedevano l’uso per una lunghissima durata ai cittadini. Le case gestite ed amministrate dai comuni furono così vendute a chi le aveva in uso o in affitto, non perché tale regime fosse economicamente gravoso per la finanza pubblica, ma perché si voleva che il cittadino divenisse proprietario, e soprattutto che la classe media potesse pensarsi come proprietaria, in nuce capitalista; dunque, affine psicologicamente e nei suoi valori ai soggetti imprenditoriali mossi dalla logica della concorrenza. Per questa stessa ragione si privatizzò per esempio il trasporto ferroviario, o lo si smantellò letteralmente, favorendo il trasporto in automobile, ché questo a sua volta spinge a pensarsi come “proprietario”, e soggetto hobbesiano, tutto individualista. Per eliminare dalla scena politica masse e “socialismo”, semplicemente e radicalmente si chiusero miniere e fabbriche. E si deindustrializzò il paese, ché senza industria scompare anche la classe operaia e le sue turbolenze. Per questa stessa ragione l’indennità di disoccupazione sempre più divenne una corsa ad ostacoli per il disoccupato, ora costretto ad una serie di prestazioni e di umiliazioni atte a certificare la sua buona disponibilità ad assumere un lavoro qualunque in qualsivoglia luogo sul mercato. Così si spiega anche lo smantellamento del diritto del lavoro, e la trasformazione giuridica del lavoro subordinato in lavoro autonomo. L’esempio radicale di tale trasformazione è offerto ora dai “riders” che ci portano a casa la pizza la sera, e che sono retribuiti come lavoratori autonomi, imprenditori di sé stessi, vale a dire del loro stesso sfruttamento. Tra imprenditore e consumatore non deve dunque – nella prospettiva neoliberale – darsi nessun altro soggetto sociale, non certo il “lavoratore”, che è persino sparito come termine dal linguaggio ordinario. Il lavoro non è più un momento essenziale e realizzatore in prospettiva della personalità di ciascuno, non lo si deve assolvere e compiere come prestazione alla società o a terzi, e come tale di per sé portatore di valore e dignità. No; ora il lavoro è un mero strumento, un momento solo di acquisizione d’un profitto individuale. E ci serve solo per potere al più presto rientrare nella sfera economica che più ci soddisfa, e che la società odierna dello spettacolo diffonde a man bassa, che è quella del consumatore.

Ora, in questo quadro, dentro l’ordine nuovo imposto dal neoliberalismo, qual è il destino dell’università?

 

 

III.

Il neoliberalismo è divenuto un dispositivo generatore di vita alienata e incapsulata nel mondo del mercato. La sua presa è biopolitica, com’è bene intuito e argomentato da Michel Foucault nei suoi corsi al Collège de France della fine degli anni Settanta[20]. Una medesima intuizione, ma meno sviluppata, si trova in The Great Transformation di Polanyi, allorché si parla del paradigma dell’isola di Juan Fernandez, questo teorizzato da un inglese del secolo Diciottesimo, contemporaneo di Adam Smith, Peter Townsend nel suo scritto Dissertation on the Poor Laws. La cui tesi può riassumersi in una frase: «No magistrate was necessary, for hunger was a better disciplinarian than the magistrate»[21]. Si tratta di governare gli individui mediante necessità basiche e impellenti, le quali si impongono loro mediante la costruzione di un contesto, sì, artificialmente prodotto, che però si presenta come naturale, in quanto fondato su bisogni vitali e dunque sull’angoscia di non riuscire a soddisfarli. L’obbedienza è legata all’impellenza del bisogno.  Ora, il mercato è come questa isola nella quale il numero di cani e capre si regola mediante il cibo che questi reciprocamente si concedono in modo “naturale”. La concorrenza si innesta sull’impellenza del bisogno e dunque ha per risultato l’obbedienza. La regola qui è “cibernetica”, risiede nell’organismo medesimo, che si mette in moto e vuole sopravvivere. È questa la “biopolitica”, ed il neoliberalismo è il suo attore principale. Ora, nelle società post-industriali questo nuovo paradigma di governo della vita si afferma anche nell’educazione universitaria.

L’università è un’istituzione fondante della cultura europea ed occidentale. È un prodotto originariamente del basso medioevo, in particolare di quel risveglio della cultura e del pensiero filosofico e politico che si ha a partire dall’anno Mille. Si sviluppa nel quadro di ciò che Harold Berman ha definito una vera e propria “rivoluzione” in quel suo bel saggio che è Law and Revolution: The Formation of the Western Legal Tradition[22]. La si collega alla ripresa degli studi giuridici nell’Europa occidentale a partire dalla riscoperta del corpus juris di Giustiniano. I primi studi su cui s’impernia l’università, è ben noto, sono quelli giuridici, che consistono in letture e commenti dei testi giustinianei. L’università medievale ovviamente è ben diversa dalla nostra. Si tratta di un’organizzazione che si basa su corporazioni di studenti, i veri protagonisti di quell’università, che si scelgono loro i docenti che pagano direttamente. Una tale università non ha ancora delle sedi istituzionali definite. Studenti e docenti si riuniscono per le lezioni o in abitazioni private, dei docenti generalmente, o nelle chiese. Il legame tra chiesa e istituzione accademica qui è fortissimo, anche se lo studente, quello paradigmaticamente di diritto, non è necessariamente destinato alla carriera ecclesiastica. Così con l’università si dà in nuce un processo di secolarizzazione che ab initio distingue tra teologia e giurisprudenza, e in maniera ancora più significativa tra fede e sapere. Irnerio o Azzone non insegnano dogmi di fede, né su questi si arrovellano. Il loro compito intellettuale è sin dall’inizio laico, pura ermeneutica, nella quale il riferimento all’intenzione del legislatore è meno pressante rispetto alle esigenze della fedeltà letterale al testo, ed alla lettura di questo coll’occhio rivolto ai casi della vita pratica.

Si sviluppa pian piano un canone ed un metodo pedagogico che si articola fondamentalmente nel cosiddetto trivio, logica, grammatica e retorica, considerato poi come propedeutico alla stessa teologia, facoltà questa che compete ad armi impari con giurisprudenza, e ad armi più o meno pari con filosofia, la quale rispetto alla teologia ancora stenta ad affermare la propria indipendenza. L’università di questo tipo è tumultuosa, perché si innesta nel tessuto feudale della città. Città e università sono per certi versi consustanziali. Non v’è università se non in città. In questo senso, seppure lo studente medievale si proietta come un chierico, di certo la sua non è una vita monacale. Lo studio è immerso nel fragore delle strade cittadine, di cui gli studenti sono attori principali, e talvolta decisivi per le sorti politiche ed economiche della città medievale, come le vicende di Bologna tra Duecento e Trecento ben ci rappresentano.

Questo primo modello di università si scontra con la Riforma protestante e la successiva Controriforma. In questo frangente storico il sapere è fortemente ideologizzato, e dunque dev’essere controllato, per verti versi irregimentato. Dall’università come momento turbolento di formazione per certi versi artigianale di un intellettuale si passa all’idea di un “collegio”, questa volta diretto non dagli studenti mai dai professori, e fortemente regolato e monitorato dalle autorità ecclesiastiche. Questo secondo momento segna il declino dell’università. Ora domina un pensiero unico, di diverso tenore a seconda che si tratti di territorio controriformato o riformato. I giuristi continuano a costituire l’ossatura di questa istituzione, ma sono ora subordinati alla volontà di qualche principe, non più liberi cittadini di un municipio libero. Non è un caso che in questa fase i filosofi più significativi siano tutti degli outsiders, soggetti che si muovono al di fuori delle mura universitarie. Mentre un San Tommaso, o un Marsilio da Padova, sono attori interni all’università, Hobbes non è un docente universitario, e non lo è nemmeno Cartesio. Non lo è Spinoza, e neppure Campanella. Lo è in maniera irregolare e disordinata Giordano Bruno. Il sospetto rispetto all’università vista come centro di pensiero dogmatico e scolastico si fa radicale nella Francia a partire del secolo diciassettesimo. I philosophes dell’Illuminismo non insegnano all’università. Non Locke, non Voltaire, non Rousseau o Diderot, e nemmeno Condorcet o D’Alembert. Si rifugiano semmai in accademie finanziate da potenti mecenati, com’è il caso dell’Inghilterra. O nel caso francese all’ombra della magnificenza del sovrano assoluto. Non che nel Settecento in Francia l’università abbia cessato di operare. Ma ciò che produce è solo pensiero sterile, ripetizione di luoghi comuni. È solo in Germania che in parte si mantiene ancora l’antico spirito tardo-medievale di una università capace di attrarre studenti e docenti di eccellenza. È il caso fortunatissimo di Kant che è chiamato ad insegnare in un ateneo abbastanza provinciale, Königsberg, da cui non vorrà mai muoversi.

Ora, con la Rivoluzione francese si ha una rottura. L’università tradizionale, quella grosso modo di stampo medievale, collassa e si chiude. Ed è con Napoleone che è rifondata come istituzione pubblica e fortemente centralizzata sotto la direzione di un ministero di governo. Un tale modello non è certo capace di offrire alla società civile pensiero critico e innovativo. Ma sì sistemazione della legislazione e della dottrina giuridica. Il positivismo giuridico è anche figlio di una tale congerie.

Diverso però è il destino dell’università germanica. Qui decisiva è la riforma apportata a tale istituzione da Wilhem von Humboldt, filosofo liberale di fine intelletto. Il modello che Von Humboldt[23] disegna fornisce un esempio d’eccellenza che si tenterà di copiare, con diversi risultati, in varie parti del mondo, specie in Europa. L’idea centrale qui è che insegnamento e ricerca debbano essere dipendenti l’una dall’altro. Si insegna e si fa ricerca, si fa ricerca anche insegnando. L’università ha dunque come fini precipui Lehre, insegnamento, e Forschung, ricerca. Ma ce n’è un terzo, e niente affatto subordinato, la Bildung, che potremmo tradurre come “paideia”, la formazione generale del cittadino, del buon cittadino, di un soggetto coinvolto e partecipe degli affari della propria comunità e pronto ad assumersene il carico oneroso e difficile.

Questa tripartizione degli obiettivi paradigmatici dell’istituzione universitaria sarà un secolo dopo riformulata, e resa però abbastanza superficiale, in una nota conferenza di José Orteega y Gasset[24]. E così alla Bildung corrisponderà la “cultura”, alla Lehre la “formazione professionale”, ed alla Forschung l’investigazione scientifica. Tre figure popolerebbero, nella prospettiva di Ortega, l’università: l’uomo colto, il professionista, e lo scienziato. Figure queste tra loro ben distinte, secondo il filosofo spagnolo e tra le quali a suo parere dovrebbe prevalere quella del professionista, formazione che in principio dovrebbe offrirsi a tutti gli studenti universitari in quanto tali. Mentre l’uomo colto sarebbe il risultato d’una educazione di carattere propedeutico, non specialistico, a pochissimi andrebbe offerta una formazione tale da farne uno scienziato o uno studioso. Ora, questa è una prospettiva che tradisce la concezione che sta dietro la costruzione humboldtiana, dove i tre fini preposti alla formazione universitaria non possono fare nessuno a meno dell’altro, e si intrecciano specialmente nella maniera in cui si offre l’insegnamento universitario, che oltre a dare una formazione professionale dev’essere anche preparazione alla cittadinanza e raccomandazione di raccoglimento e addestramento intellettuale di alta riflessività.

Ai tre fini dell’università si accompagnano – sempre nel modello humboldtiano – due mezzi principali. Il primo è la Freiheit, la libertà, che nell’àmbito accademico si rappresenta essenzialmente come libertà di parola e di pensiero. Ma libertà anche nel percorso di formazione, senza che vi sia la costrizione di una classe da frequentare o di uno specifico e rigido curriculum di corsi da seguire, che ora tradisce l’intensità della proposta humboldtiana invece si sceglieranno a seconda delle preferenze e delle passioni dello studente. Non ci sono esami. O meglio vi sarà solo un esame finale, e nel frattempo per l’appunto libertà. Lo studente è un collega del docente, che gli è pari in dignità accademica. Così, con rispetto, dovrà essere trattato. E poi, oltre alla libertà, l’altro “mezzo” specifico dell’educazione universitaria è la Einsamkeit, la solitudine. Non ci si deve accodare a nessuno. Raggruppare con nessuno. E poi a studiare ed a leggere ed a scrivere si deve essere soli. La solitudine è implicita nel raccoglimento su stessi di cui necessita il pensare, la riflessione. E questa è la materia prima dell’educazione universitaria: imparare a pensare e riflettere. E si pensa e si riflette ovviamente da sé soli. Vale a dire autonomi e autarchici. Non può esservi dubbio che in questa trattazione di ciò che dev’essere l’educazione universitaria Von Humboldt sia innanzitutto influenzato dal saggio di Kant sul conflitto delle tre facoltà principali dell’università, teologia, giurisprudenza e filosofia, Der Streit der Facultäten del 1799, uno dei suoi ultimi scritti, nel quale affermava con netti argomenti la superiorità del sapere e dell’insegnamento filosofico sugli altri due (eminente l’argomento per cui la conoscenza e dunque la sua trasmissione hanno per fine precipuo la verità, non l’utilità)[25]. Vi è una libertà di pensare nella filosofia che è ovviamente superiore, per la natura stessa della cosa, al discutere e ricercare su questioni mediche ed anche teologiche. Ora, questo modello germanico non è poi lontano dal coevo teorizzarsi in terre britanniche d’un’idea d’università incentrata sugli studi umanistici e sul raccoglimento interiore, così come tale ideale è espresso negli scritti del Cardinal John Henry Newman[26]. Un tale modello non obbedisce ad esigenze economiche o strumentali, e nemmeno politiche. Ne rifugge drasticamente. La gerarchia in esso è tendenzialmente, o almeno in principio, abolita. Nel senso almeno che docente e discente sono membri di pari dignità di una medesima comunità di eletti orientata al sapere ed alla scoperta e diffusione della verità. Certo, si tratta di università per pochi, privilegiati in genere, siano essi aristocratici o borghesi. Ma in essa ci si forma ad uno stile di vita che non è quello del commercio o dell’impresa e nemmeno quello della disciplina militare. Per quanto il docente sia un soggetto dotato di grande autorità, la colleganza che stabilisce la comune attività di ricerca tende a superare le barriere gerarchiche.

Che poi questo modello divenga funzionale ad una cultura nazionalistica ed elitistica è anche certo. Ed è proprio ciò che ne determina dopo la seconda guerra mondiale la crisi e la contestazione. Allora, in virtù anche dell’università di massa favorita dal keynesianesimo del Welfare State, i vecchi rituali dell’accademia humboldtiana vengono assaltati. Il professore è giustamente denunciato come “mandarino”, il sapere che trasmette come mero “giuoco delle perle di vetro”, esercizio sterile di erudizione. L’università come arrogante “torre d’avorio”. Si vuole invece democratizzare la gestione del mondo accademico, rompere le barriere di classe e di posizione sociale, e poi ricondurre il sapere accademico ai bisogni reali della società.

Ora, è su quest’ultimo punto, la negazione del sapere “inutile”, del “mandarinato”, che paradossalmente s’innesta la controrivoluzione neoliberale dell’università. La rivolta studentesca del 1968 mise in discussione i fondamenti elitistici dell’università occidentale, ed europea in particolare. Si contestava l’università come dispositivo di riproduzione del privilegio di classe della borghesia, si metteva in discussione il suo sistema di controllo del sapere, e se ne rigettava l’impostazione d’educazione imperniata su saperi considerati antiquati e ritenuti inutili, atti solo a rendere lo studente un soggetto lontano dalle questioni sociali e di classe. Latino e greco antico furono viste come materie che rendevano i giovani soggetti isolati rispetto alla società civile ed ai movimenti collettivi che in questa si manifestavano. L’università doveva essere per tutti e per tutte, di massa, senza filtri classisti ed aridi miti umanistici. Le cerimonie feudali ancora in vigore negli atenei, le toghe, la goliardia, rituali d’iniziazione delle matricole, vennero permanentemente combattuti. Queste lotte vennero in gran parte accolte dal sistema universitario, che di conseguenza almeno in apparenza modificò il suo funzionamento. Ma l’organizzazione baronale e la forte gerarchicità della struttura d’insegnamento risultò solo scalfita. È pur vero che si moltiplicarono i livelli dei ruoli d’insegnamento, popolandosi gli atenei di nuove figure, in Italia i professori associati ed i ricercatori a tempo indefinito, posizioni introdotte dalla riforma universitaria del 1980 con la legge n. 382.

Cosicché l’università degli anni Ottanta si presentava abbastanza diversa rispetto a quella ancora tradizionale degli anni Cinquanta. Si moltiplicarono le sedi universitarie; le tasse per accedere all’educazione universitaria si abbassarono drasticamente. Gli studenti lavoratori vi furono favoriti. Ma surrettiziamente passava l’idea di una università tutta strumentale al contesto che la circondava, e questo contesto era dato dal mondo del lavoro, meglio dell’impresa, il quale a sua volta si aziendalizzava in senso neoliberale. Le lotte studentesche contro materie umanistiche come il latino e il greco antico si rivelavano così paradossalmente funzionali alla cattura del sapere universitario da parte del mercato e dell’economia capitalistica.

Rotto l’argine feudale che isolava l’università dalla società circostante, nel momento in cui questa assumeva il volto d’un luogo di competizione tra attori essenzialmente economici e orientati al profitto ed all’efficienza, era aperta la strada ad un’ulteriore trasformazione dell’università, ed in una direzione opposta all’idea antiautoriaria e solidaristica che di essa si era fatta nel Sessantotto. Il trionfo politico del neoliberalismo negli anni Novanta spinge per la riforma dell’università in senso essenzialmente funzionalistico. Ed è qui anche che si rende manifesto il programma esistenziale e gestionale del neoliberalismo trionfante. L’azienda di cui si tessono infinite lodi veicola un modello di gestione che è il contrario dell’autogestione desiderata dalla contestazione studentesca. Gli atenei che tradizionalmente si governavano secondo il principio della pari dignità dei professori, là dove il rettore non era altro se non un primus inter pares, sono ora riorganizzate secondo il modello appunto dell’azienda. All’università sessantottesca, cui si rimprovera una grave crisi di governabilità, così come del resto si fa per l’intera società, si contrappone un regime nel quale l’autorità gestionale è concentrata in capo ad un solo soggetto, il rettore, coadiuvato da un … consiglio di amministrazione, che si sovrappone all’antico “senato”. È ciò che in Italia si dà prima con la cosiddetta “autonomia” degli atenei, che vengono ora in parte resi indipendenti per la programmazione dei corsi e per la gestione del bilancio dal ministero, in una prospettiva che li vorrebbe vedere competere nel mercato dell’offerta formativa. Ma il neoliberalismo non solo rivoluziona l’assetto istituzionale dell’università, ma ne riscrive il senso. Si parte dall’idea di “capitale umano”: ognuno di noi possiederebbe nella propria stessa vita un capitale da investire e rendere economicamente redditizio[27]. L’università in questa prospettiva è il luogo propedeutico in cui questo capitale umano va investito. L’educazione universitaria diventa dunque il momento nel quale si dà l’“accumulazione primitiva” di quel capitale umano che formando il “sé imprenditoriale” dovrà poi competere nel mercato del lavoro.

In Italia c’è poi la riforma cosiddetta “Gelmini” del 2010 (dal nome della ministra che la firma), che rivoluziona la struttura dell’università, rendendola – potrebbe dirsi – “liquida”, destrutturata, disossata. Non ci sono più le facoltà di antichissima memoria; solo corsi di laurea, che si fanno e rifanno secondo le convenienze economiche dell’ateneo, e poi una miriade di master, spesso di dubbia caratura scientifica, ed in genere ritagliati a fornire “titoli” piuttosto che vere competenze. L’identità del docente e dello studente un tempo agganciata per l’appunto alla “Facoltà” è ora resa “liquida”, indistinta, fluttuante, così come “liquida” è la struttura gestionale affidata a dei dipartimenti anch’essi prodotti di considerazioni spesso estemporanee ed interne alle dinamiche di potere proprie degli atenei. Si precarizza poi la figura del ricercatore, che era stata la vera novità della riforma del 1980 democratizzando il corpo docente, e si riforma la procedura concorsuale d’accesso alla funzione docente a tempo indefinito, rendendola dipendente da una valutazione fondamentalmente numerica del merito e riconcettualizzando questo come “prestazione”.

Questi processi di “liquidazione” e deistituzionalizzazione e d’accentramento autoritario risultano particolarmente evidenti e radicali nel mondo delle università britanniche, alle quali guardano gli altri sistemi come un modello particolarmente attraente e universale[28]. Qui tutto è innanzitutto numerizzato. Il merito è ritradotto in performance, in “prestazioni”, o “prodotti”, ed a questi si attribuisce un punteggio secondo criteri pretesamente oggettivi. Si introducono “classifiche”, rankings, in ogni settore accademico. Tra le università dapprima, tra i dipartimenti anche, poi tra le riviste, infine tra gli studiosi stessi cui si dànno dei voti, a secondo punteggi prestabiliti e di dubbia ragionevolezza, com’è stato il famigerato VQR delle università italiane. La tenure, lo status di impiegato pubblico, nel Regno Unito non è più concesso ai docenti. Il che consente il licenziamento per “giusta causa”, e questa si dà anche laddove l’università abbia delle esigenze di ristrutturazione del proprio bilancio. L’attività del docente è “monitorata” rigidamente e disciplinarmente, di maniera che una censura può darsi nel caso di “lack of competence”, e questa può farsi consistere per esempio nel non promuovere abbastanza studenti, o nel ritardo anche di un paio di giorni della pubblicazione dell’esito degli esami. “Mancanza di competenza” può anche essere considerata una deficienza nell’efficienza dell’insegnamento, da giudicarsi secondo le direttive del direttore del dipartimento. Questo è nominato dal rettore o Vice-Chancelor, e non dai suoi colleghi. Anche il rettore è nominato da un consiglio di amministrazione secondo una procedura nella quale i docenti non hanno alcuna influenza. La ricerca è condotta secondo “progetti” finanziati dal governo a dalle imprese, su temi di loro specifico interesse. In Italia a questo proposito abbiamo avuto il PNRR concesso dalla Unione Europea dopo la pandemia. L’aziendalizzazione ripropone dunque un regime di liberalismo autoritario con un piccolissimo napoleone come rettore, e con i docenti a concorrere tra loro nel più o meno libero mercato dei fondi di ricerca sotto l’occhiuta supervisione di autorità o “agenzie” accademiche (com’è il caso dell’ANVUR italiana) non democraticamente elette. Invero tale processo di messa in “liquidazione” investe tutta l’amministrazione pubblica, e la crisi che prima pareva riguardare solo il diritto del lavoro, ripensato al servizio della “liberalizzazione” del mercato del lavoro, si comunica al diritto amministrativo, che si tende a rimodellare secondo il paradigma fornito dall’economia aziendale. È la business school che in molte università britanniche suggestivamente assorbe la school of law.

L’annunciata nuova riforma dell’università italiana promossa dalla ministra Bernini sembra confermare questo quadro. Si aumenta il potere dei rettori e del “consiglio di amministrazione”, secondo il modello dell’azienda capitalistica. L’università deve essere punto di raccordo tra i giovani discenti e il mondo del mercato e dell’impresa. La sua vocazione allora non è diretta a formare studiosi d’eccellenza, o buoni professionisti, o motivati cittadini, bensì quello di rifornire l’economia di soggetti atti a svolgere una funzione che sia soddisfacente per la concorrenza e la produzione. L’obiettivo ultimo è la crescita del Prodotto interno lordo. Per far questo la vocazione di ricerca dell’università viene sacrificata a quella dell’insegnamento, reso però sincopato, ritagliato in corsi ad hoc, secondo presunte domande di mercato. La poca ricerca che rimane si alimenta di giovani precari, e di “progetti” riferiti a temi tutti nuovamente funzionali al quadro economico vigente, oppure a qualche tema di moda necessariamente superficiale e passaggero. Essere “vincitori” di un progetto conta e conterà più che presentarsi come autori di un’erudita monografia. Parimenti, si presenta all’orizzonte una “terza missione” agli atenei, quella per cui dovrebbero risultare “utili” al contesto sociale che li circonda, che però nuovamente è considerato essere un universo essenzialmente di imprese e di attività imprenditoriali.  C’è tutto un chiacchiericcio sulle start-up, imprese di nuova formazione, “innovative”, che l’università dovrebbe riuscire a moltiplicare. Stessa cosa vale per la tanta decantata “digitalizzazione”, che spesso non serve ad altro che a nascondere il vuoto di idee e di ricerca che si cela nella mera diffusione informatica di un triste poverissimo nozionismo. Alternativamente “terza missione” è quella che rende visibile l’ateneo sul “territorio”, incistandolo eventualmente in questo, e dunque spingendo verso una ulteriore provincializzazione e clientelizzazione dell’università. Qui le carriere si svilupperanno, come in Italia succede almeno dagli anni Duemila, secondo criteri rigidamente localistici. Come studioso si nasce e si muore nello stesso ateneo. Conterà più per un giovane essere pronto a fare da portaborse, o da addetto informatico, o persino da sicofante, che chiudersi in casa a studiare la Critica della ragion pura e scrivere un saggio su Kant.

In questa fase liberale autoritaria si dà inoltre un ulteriore fenomeno che non va sottaciuto. Sempre più istituti d’educazione superiore, anche d’eccellenza, vengono subordinati alla propagazione o difesa di specifiche militanti concezioni del mondo, siano esse di carattere ideologico oppure geopolitico, e pertanto trasformati in una sorta di think thanks al servizio di qualche potentato politico o amministrativo, nazionale o sovranazionale. Ciò in parte già surrettiziamente avveniva per esempio mediante il sistema di succulenti progetti europei di ricerca, di fatto condizionati all’adozione di certe tematiche e di certe metodologie, oltreché di certe prospettive valoriali. Ma ora in maniera esplicita si discrimina o addirittura si cancella, nelle università europee ed occidentali in generale, in primo luogo in quelle statunitensi, ricerca e insegnamento che non si ritrovino in linea con certe esigenze di militanza ideologica o di allineamento geopolitico. Il risultato è un clima di sospetto e di delazione in qualche caso generalizzato, la riduzione drastica della libertà di parola, e maliziosa censura e vigliacca autocensura del corpo insegnante.

L’università italiana però soffre di mali endemici che le sono propri e la caratterizzano da decenni. Si pensi alla sua ancora estrema gerarchizzazione dei ruoli accademici ed agli abusi che questa permette, oltre al machiavellismo e clientelismo sempre in agguato. Qui è la natura del “bel paese” come territorio dominato dal “sistema di Don Abbondio” che perennemente si perpetua[29]. Riassumendo e concludendo, dunque, lo “spirito del tempo” neoliberale, che rimette in gioco la preminenza della forza sul diritto, il “liberalismo autoritario”, si riflette e si rilegittima in uno spazio privilegiato che decenni addietro, e paradigmaticamente, era stato pensato come possibilmente resistente od opaco alle seduzioni del potere e del profitto[30]. E l’antropologia che tutto ciò sottende ed incoraggia sorprende per la sua pochezza e la sua miseria, inclinandoci alla disperazione.

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[1] Vedi, tra gli altri, A. Somek, Authoritarian Liberalism, in Austrian Law Journal, 1/2015, pp. 67-87; e M.A. Wilkinson, Authoritarian Liberalism and the Transformation of Modern Europe, Oxford University Press, Oxford, 2021.

[2] H. Heller, Autoritärer Liberalismus?, in Die Neue Rundschau, 44/1933, pp. 289-298.

[3] Vedi Preussen contra Reich vor dem Staatsgerichsthof. Stenogrammbericht der Verhandlungen vor dem Staatsgerichtshof in Leipzig vom 10. bis 14. und vom 17. Oktober 1932, Prefazione di A. Brecht, Dietz, Berlin, 1933, p. 470

[4] C. Schmitt, Starker Staat, gesunde Wirtschaft, in Mitteilungen des Vereins zur Wahrung dergemeinsamen wirtschaftichen Interessen in Rheinland und Westfalen (Langnamverein), Vol. 21, 1932, pp. 13–32. Significativamente la posizione di Schmitt che evoca lo “Stato forte” come riforma (o interpretazione) costituzionale atta a isolare l’economia e il mercato dalle turbolenze della politica democratica è ricordata con ammirazione da Hayek ancora cinquant’anni dopo: «The weakness of the government of an omnipotent democracy was very clearly seen by the extraordinary German student of politics, Carl Schmitt, who in the 1920s understood the caracter of the developing form of government better than most people» (F.A. Hayek, Law, Legislation and Liberty, Vol. 3, The Political Order of a Free People, Chicago University Press, Chicago, 1975, p. 194). Sulla relazione tra Schmitt e Hayek, cfr. R. Cristi, Le liberalisme conservateur. Tros essais sur Schmitt, Hayek et Hegel, Editions Kimé, Paris, 1993; e W. Scheuermann, The Unholy Alliance of Carl Schmitt and Friedrich A. Heyek, in Constellations, 4/1997, pp. 172-188.

[5] Si legga in merito E. Sieyès, Dire sur la question du veto royal, in Id., Ecrits politiques, scelta e introduzione di R. Zapperi, Editions des archives contemporaines, Paris, 1985, p. 236.

[6] Citato in H. Guillemin, Napoleon tel quel, Editions de Trévise, Paris, 1969, p. 85-86.

[7] K. Marx, Der achzehnte Brumaire des Louis Bonaparte, con commento di H. Brunkhorst, Suhrkamp, Frankfurt am Main, 2007, p. 9.

[8] Per una ricostruzione di questo cruciale passaggio della storia di Francia, si veda H. Guillemin, Le coup du 2 décembre, Gallimard, Paris, 1951.

[9] Vedi K. Polanyi, Origins of Our Time: The Great Transformation, Victor Gollancz, London, 1945.

[10] Si veda H. Sinzheimer, Grundzüge des Arbeitsrechts: Eine Einführung, Gischer, Jena, 1921. Vedi anche H. Sinzheimer, Die Krisis des Arbeitsrechts, in Arbeitsrecht, 20/1933, colonne 1–10, ora anche in in H. Sinzheimer, Arbeitsrecht und Rechtssoziologie: gesammelte Aufsätze und Reden, Europäische Verlagsanstalt, Frankfurt am Main, 1976, pp. 135–41.

[11] F. A. Hayek, The Road to Serfdom, Routledge, London, 1944.

[12] Cfr. J. Fourastié, Les Trentes Glorieuses, ou la révolution invisible, Fayard, Paris, 1979.

[13] Vedi L. Von Mises, Socialism: An Economic and Sociological Analysis, trad. inglese di J. Kahane, Liberty Fund, Indianapolis 198, p. 60.

[14] F. Böhm, Rule of Law in a Market Economy, in Germany’s Social Market Economy: Origins and Evolution, a cura di A. T. Peacock e H. Willgerodt, St. Martin’s Press, New York, p. 53.

[15] Vedi F. Böhm, Privatrechtsgesellschaft und Marktwirtschaft, in Ordo, 17/1966, p. 74

[16] Nobel-Prize Winning Economist, oral history interview with F.A. Hayek, Oral History Program, UCLA, 1985, p. 315.

[17] W. Hallstein, Die Europãische Gemeinschaft, V ed., Econ Verlag, Düsseldorf, 1979, pp. 136-137. Corsivo nel testo

[18] W. Eucken, Staatliche Strukturwandlungen und die Krisis des Kapitalismus, in Weltwirtschaftliches Archiv, 66/ 1932, p. 311.

[19] W. Eucken, Op. ult. cit., p. 302. Cfr. Th. Biebriecher, Die politische Theorie des Liberalismus, Suhrkamp, Franfurt am Main, 2021, pp. 106 ss.

[20] Vedi M. Foucault, Naissance de la biopolitique. Cours au Collège de France, 1978-1979, a cura di F. Ewald, A. Fontana e M. Senellart, Gallimard Seuil, Paris, 2004.

[21] K. Polanyi, The Great Transformation, op. cit., p. 120.

[22] Ristampa, Harvard University Press, Cambridge, Mass., 1983.

[23] Vedi W. Von Humboldt, Schriften zur Bildung, a cura di G. Lauer, Reclam, Stuttgart, 2017.

[24]. J. Ortega y Gasset, La misión de la universidad, in Id., El libro de las misiones, VI ed., Espasa-Calpe, Madrid, 1956, pp. 57 ss

[25] Vedi I. Kant, Der Streit der Fakultäten, a cura di H.D. Brandt e P. Giordanetti, Felix Meiner, Hamburg, 2005.

[26] Il testo qui di riferimento è J. H. Newman, The Idea of University, a cura di I.T. Ker, Clarendon, Oxford, 1976. Cfr.  I. T. Ker, Newman’s Idea of a University and Its Relevance for the 21st Century, in Australasian e-Journal of Theology, April 2011.

[27] Vedi G. Becker, Human Capital: A Theoretical and Empirical Analysis, with special reference to Education, III ed., The University Of Chicago Press, Chicago, 1993. Cfr. Th. Biebricher, Neoliberalismus zur Einführung, Junius, Hamburg, 2012, pp. 178-179.

[28] Cfr. S. Collini, What Are Universities For?, Penguin, London, 2012, e P. Fleming, Dark Academia. How Universities Die, Pluto, London, 2021.

[29] Il rimando qui è all’acuto ed elegante saggio di G. Zottoli, Il sistema di Don Abbondio, Laterza, Bari, 1932. Cfr anche M. La Torre, La patria delle ombre. Diritto e politica nella società dello spettacolo, in Materiali per una storia della cultura giuridica, 41/2011, pp. 163-186.

[30] Per l’ideale dell’università come spazio utopico di riflessione e conversazione, si legga l’intenso romanzo di John Williams, Stoner, Random House, London, 2012.