Login Contatti | RIVISTA SEMESTRALE - ISSN 2421-0730 - ANNO III - NUMERO 2 - DICEMBRE 2017

L’ircocervo europeo. Un dialogo sul tortuoso cammino di una “strana creatura” a cura di Leonardo Mellace

In Forum
3 febbraio 2018

Con contributi di: Giandomenico Majone, Giuseppe Martinico,  Agustín José Menéndez, Wolfgang Streeck, Ugo Villani. 

Con tutta probabilità, gli ultimi sono stati gli anni più impegnativi per la Unione Europea, posta innanzi a sfide che hanno destato non poche preoccupazioni. Il Referendum britannico che ha sancito l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, gli incessanti sbarchi di profughi lungo le coste del Mediterraneo ed il perdurare della crisi economica sembrerebbero aver determinato l’ascesa di movimenti populistici e nazionalistici.

La crisi economica pare avere indebolito l’effettività delle democrazie europee, tanto da richiedere un ripensamento sui diritti, specie su quelli dei più deboli. Ma non è soltanto il lato economico a mettere in affanno lo studioso; anche il lato geopolitico pone diverse problematiche e questioni non soltanto concettuali. La Brexit, infatti, sembrerebbe aver rafforzato la tendenza verso la disgregazione dell’Unione ed il salvataggio dei paesi a rischio default è avvenuto, come è noto, con tecniche regolative e gestionali inedite che hanno stretto la discrezionalità politica ed economica dei singoli stati.

Sul tappeto si rovesciano numerose problematiche e per tal motivo ho avvertito la necessità di stimolare un simposio sulle principali “questioni” europee, al fine di acquisire diverse prospettive e metodologie di indagine, ricorrendo alle suggestioni provenienti da alcuni tra i più importanti studiosi delle istituzioni europee. L’idea è quella di dare maggior risalto possibile al dibattito e alla discussione, considerando la cifra della complessità degli argomenti trattati, nell’ottica di evidenziare l’esistenza di possibili punti comuni, critiche condivise, ovvero dare risalto alle tematiche più controverse e dibattute. Ritengo che questo sia probabilmente una metodologia proficua per contribuire allo studio di quella ineffabile creatura che è l’Unione Europea.

È dunque opportuno tentare di affrontare le principali questioni teoriche con l’obiettivo di operare una ricostruzione critica e problematizzata che consenta di affrontare l’argomento con una maggiore consapevolezza. Ho così inteso fondere diversi metodi di indagine, il punto di vista “esterno” della ricerca socio-economica, con il punto di vista “interno” del diritto e della riflessione teorica, stimolati nelle seguenti domande:

  1. Per iniziare, è opportuno chiarire una questione preliminare. Se chiedessimo che tipo di ordinamento sono le Nazioni Unite nessuno esiterebbe nel rispondere che si tratta di un’Organizzazione Internazionale, così come nessuno potrebbe dubitare che l’Italia sia uno Stato. Incertezze sorgono, invece, con riguardo all’Unione Europea. Quali le ragioni di una tale difficoltà classificatoria?
  1. Pare che il sistema elaborato a Maastricht si sia trovato del tutto impreparato a fronteggiare la crisi economica. Si riteneva che ciascuno Stato dovesse rispondere delle proprie politiche economiche senza che ci fosse per gli altri Stati e per l’Unione la possibilità di farsi carico dei debiti di uno Stato in difficoltà. Tale principio venne enucleato all’interno dell’articolo 125 TFUE (c.d. no-bail out clause). Ciò ha aperto un ricco dibattito in dottrina sulla migliore strategia da adottare per gli Stati membri in difficoltà: abbandonarli o aiutarli? Un dilemma non semplice da risolvere. Scegliere di abbandonarli avrebbe significato avviare nei loro confronti le procedure di insolvenza e di uscita dall’Euro. Aiutarli, al contrario, avrebbe significato introdurre un qualche sistema di redistribuzione di ricchezza tra gli Stati membri. La soluzione intrapresa si può considerare una “via di mezzo”? In caso affermativo, quali sono le ragioni sottese e quali gli effetti?
  1. Con riguardo all’introduzione del Fiscal Compact, la cristallizzazione della regola aurea del pareggio di bilancio nei singoli ordinamenti nazionali ha dato evidente preferenza ad una teoria economica, quella neoliberale, che sembra aver relegato la politica ad un ruolo ancillare in favore di soluzioni tecniche o, ancora meglio, tecnocratiche, proibendo il ricorso a politiche robuste di intervento statale. Come conciliare l’attuale assetto europeo con un impianto costituzionale, quale è quello italiano, di matrice grosso modo keynesiana?
  1. L’Unione ha fatto ricorso ad una legislazione di emergenza che va ben oltre il dettato dei Trattati. Siamo di fronte a criteri macroeconomici non sempre condivisi, imposti dallo spauracchio della crisi, ed a governi che preferiscono agire in concerto con altri esecutivi, piuttosto che rivolgersi al dibattito parlamentare. Come proteggere la democrazia europea da questa deriva che impone decisioni “per direttorio”?
  1. Se volessimo individuare un momento costituzionale europeo in senso proprio, per come lo abbiamo vissuto a livello nazionale, dovremmo concludere che tale momento costituzionale sovranazionale non esiste. Tuttavia, ciò appare troppo semplicistico. Tante infatti sono le teorie e tante ancora le riflessioni sottese sul costituzionalismo europeo. È possibile parlare dunque di Costituzione europea? E nel caso in cui sia possibile, come è venuta essa ad esistenza mancando un processo costituente, da intendersi questo come atto deliberativo di un popolo sovrano?
  1. Sono trascorsi ormai più di 20 anni da quando, nella cittadina olandese di Maastricht, fu firmato il Trattato sull’Unione europea, con il quale si diede vita ad una tipologia di cittadinanza che modificò il concetto classico che fino a quel momento si era mantenuto dell’istituto. Inizialmente la cittadinanza dell’Unione conferì ai cittadini degli Stati membri la libertà di circolazione e soggiorno in tutto il territorio europeo e, per la prima volta, furono loro conferiti diritti politici esercitabili in qualsiasi Paese membro dell’allora Comunità Europea. La recente crisi economica, però, pare aver depauperato il contenuto della cittadinanza sovranazionale. È necessario, a tal fine, operare un ripensamento sulla relazione tra cittadinanza e integrazione europea, nel senso di meglio comprendere quale sia l’effettivo modello di integrazione europea prodotto dalla cittadinanza?
  1. Una ultima considerazione. È necessario risolvere la carenza di partecipazione democratica di coloro che del potere sono i sottoposti e che nella dimensione propriamente costituzionale dovrebbero potersi definire come cittadini attivi. Recentemente pare si sia dato vigore ed argomenti ad un discorso politico che propone come soluzione il ritorno ad una piena sovranità nazionale, rigettando, di conseguenza, il modello della ever closer union. Quale la via percorribile? Un’ulteriore riforma dei Trattati?

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